Vi siete mai trovati a pensare che i nuovi elettrodomestici, le lampade, le macchine e tutta una serie di “cose” che comprate nuove durino troppo poco? Laddove un ferro da stiro poteva durare decenni, oggi ci si ritrova con oggetti che durano solo lo stretto necessario per raggiungere il limite della garanzia, e poi ecco che cominciano le magagne. Spesso si tratta di prodotti che non è possibile riparare nelle componenti interne e che “conviene” (ma a chi conviene davvero?) buttare, perché al prezzo della riparazione (quand’è possibile effettuarla) si compra un prodotto nuovo.

Insomma, non è che i prodotti sfortunati capitino sempre e solo a voi. E’ il sistema che è sbagliato a monte, e si riassume nella filosofia dell’”obsolescenza programmata”.

PREVENIRE I RIFIUTI: PRODOTTI DI QUALITA’ COME QUELLI DI UN TEMPO

Prima la prevenzione: è questo il dictat fornito dalla direttiva europea n. 98 del 2008 in materia di rifiuti. Che significa prevenzione dei rifiuti? Significa mettere in atto politiche e misure prese prima che il rifiuto si formi, per disincentivare, penalizzare economicamente o addirittura vietare la produzione di materiali e manufatti a ciclo di vita molto breve e destinati a diventare rifiuti senza possibilità di riuso, tanto più se contengono sostanze pericolose. La politica della prevenzione implica quella chiamiamo “responsabilità condivisa”: a monte la progettazione ecologica dei prodotti, a valle la responsabilizzazione della comunità e dei suoi consumi. Con la politica e le norme a fare da cerniera fra produzione e consumo. Poi (solo poi) viene il riutilizzo. Pertanto, individui e comunità che abbandonano gli scarti sono la manifestazione finale di un sistema incapace di futuro, a monte e a valle.

ABOLIRE I PRODOTTI MONOUSO E L’OBSOLESCENZA PROGRAMMATA

Lo slogan “i rifiuti diventano risorse grazie al riciclaggio” può essere pericoloso. Intanto perché giustifica spesso scelte – sistemiche e comportamentali – consumistiche: “tanto si ricicla”, si dice. Senza guardare cosa succede “a monte”. Anche i rifiuti meglio accuditi, persino quelli azzerati dal riciclaggio, nascondono un consumo di risorse naturali, materie prime, energia, acqua e collaterali inquinamenti.

Con un consumo continuamente rinnovato perché tanti prodotti sono monouso per vocazione (imballaggi e non) o comunque di breve vita a causa del fenomeno definito “obsolescenza programmata”: ovvero qualunque cosa viene ormai fatta in modo tale da durare poco e da non poter essere riparata nelle sue parti. Si parla di zaino ecologico per indicare simbolicamente l’impatto ambientale provocato durante tutto il ciclo di vita di un materiale prodotto, dalla culla (la produzione) alla tomba (lo smaltimento).

LO ZAINO ECOLOGICO

Cos’è lo zaino ecologico? Lo spiega bene un documento guida dell’ACR+ (associazione città e regioni per il riciclo e la gestione sostenibile delle risorse) e dell’AICA  (associazione internazionale per la comunicazione ambientale): “In una prospettiva che comprende l’intero ciclo di vita, in aggiunta alla media di circa 600 kg di rifiuti urbani prodotti pro capite all’anno in Europa, abbiamo bisogno di prendere in considerazione i circa 5300 kg per abitante all’anno di rifiuti generati dalle industrie per realizzare prodotti che non utilizziamo o utilizziamo poco. Abbiamo anche bisogno di consentire che 17 t di materie prime grezze per abitante all’anno entrino in Europa per alimentare l’attività industriale. E infine dobbiamo ancora considerare i rifiuti provenienti dalle miniere ed è preliminare a processi di trasformazione che rimangono nello stato che li ha prodotti, stimabile in circa 50 t di risorse naturali sottratte al pianeta ogni anno da ciascun europeo”.

Ovviamente il peso dello zaino ecologico si ripartisce nel tempo e si alleggerisce se il bene prodotto dura a lungo.