Warning: non leggete quanto segue se siete irascibili o avete problemi alle coronarie. So che andrò a toccare dei tasti molto dolorosi. Ebbene sì… dopo aver fatto outing nell’ultimo articolo (qui) in merito alla mia prossima avventura canadese, mi levo qualche sassolino dalle scarpe.

USCIRE DALL’OVVIETA’

Certo, in Canada fa freddo, ed è un dato di fatto che l’inverno non sia proprio la stagione migliore per andarci a vivere. Pure i Canadesi sono freddi, si dice – io in realtà ho convissuto a Londra con un canadese gay che è ben presto diventato la mia migliore amica: era la persona con cui guardavo il Dr. House scambiandoci commenti da donne sotto al pleid, e anche quella che riparava il tubo di scarico del lavandino intasato indossando una camicia a quadrettoni da boscaiolo… non troverete mai un’amica donna che sappia fare entrambe le cose come le sapeva fare lui, tanto meno una convivenza tanto divertente e spensierata.

L’altra obiezione che mi viene mossa alla notizia della mia futura dipartita è però quella del cibo: “il cibo italiano ti mancherà da morire“. Ecco, su questo ho qualche riserva (e so che in molti la prenderanno come una bestemmia). E vi spiego anche il perché.

AMMISSIONI E TENTENNAMENTI

Lo ammetto: quando lasciai l’Italia quattro anni fa la questione del cibo mi preoccupava parecchio. Fondamentalmente, avevo già vissuto solo a Londra, in precedenza, ed ero abbastanza traumatizzata dal British food da scriverci un libro (prossimamente in libreria, con buona pace di Gordon Brown). Ammetto anche di aver passato periodi funestati dagli effetti deleteri da mancanza di cibo italico degni di un tossicomane in crisi d’astinenza: preparare un tiramisù al modico costo di 40 dollari per reperire gli ingredienti originali? Fatto. Vagare nella city alla ricerca di un pandoro per Natale e poi pagarlo 20 sterline quando in italia costa pochi euro? Fatto. Decidere di infilare la porta di una pizzeria napoletana per una vera pizza cotta al forno alla modica cifra di 30 sterline? Fatto pure quello. Svegliarsi di notte con lo stomaco che brontola e materializzare davanti agli occhi assonnati un bel cappuccio con cornetto al cioccolato ancora fumante? Indovinate… fatto pure quello. Quella volta, erano le quattro e mezza di mattina e in cucina trovai la mia coinquilina franco-marocchina che delirava di croissant al burro in relazione alla buona riuscita dell’esame di architettura che avrebbe dovuto dare 6 ore più tardi: finimmo a bere succo d’arancia con il cous cous avanzato dalla sera prima.

LA MANCANZA DI UNA CULTURA ALIMENTARE DI BASE

E’ vero che all’estero si mangia male? La risposta è “ni”. Dipende da cosa mangiate abitualmente. Purtroppo, essendo vegetariana tendente vegana, devo ammettere che rientrare in Italia dopo più di 3 anni passati all’estero non mi ha dato le soddisfazioni che credevo. Dopo un anno di permanenza qui, con la sensazione di essere ripiombata nel terzo mondo alimentare, tutte quelle cose che anelavo all’estero, in realtà, le ho mangiate pochissimo e ne sento ancor meno il bisogno. La mancanza di cultura alimentare etica è in Italia aberrante e priva di senso – specialmente per un Paese a cui resta quasi solo la gastronomia come risorsa. I prezzi di qualsiasi cibo che non appartiene alla tradizione italiana sono folli, per buona pace sia di supermercati che di negozietti specializzati bio (e meno male che ci sono, visto che sembrano gli unici a sapere che le alghe si mangiano e che esistono cose fantascientifiche come il kuzu o l’agar agar)… Se uno è convinto – certo – non demorde, ma di fronte a tale sfacelo e flagello monetario ci si mette a dura prova. Uscire a mangiare al ristorante? Una tragedia. Se vuoi sapere che cos’hai nel piatto, ti guardano male.

Ma torniamo al cibo italiano: “E allora la pasta? E allora i funghi porcini? E allora le cipolle di Tropea? Vuoi mettere?

ROBA DEGLI ALTRI MONDI

No, non voglio mettere: in Italia ci sono dei piatti favolosi, anche e soprattutto per un vegetariano o un vegano. Ma sono piatti che non fanno la nostra alimentazione quotidiana, di solito. Provate ad avere un’ora di pausa pranzo dall’ufficio a Milano, e vedete quanti bar vi possono fare un panino vegetariano: ingredienti scadenti e sempre gli stessi. Se non mangiate almeno la mozzarella siete spacciati.

E’ solo quando vivi il processo inverso – quello di rientrare in Italia dopo anni vissuti all’estero – che capisci che in realtà sono altre le cose che ti mancano nella vita di tutti i giorni: non parlo di tofu, seitan e cose “speciali” per vegetariani e vegani. Parlo di normalità. Ieri sera mi è bastato ricevere una foto con del sushi take-away (diffusissimo oltreconfine) per farmi alzare di domenica mattina con una voglia pazzesca di un veg-sushi e gelato al sesamo nero. Credo di aver vissuto a cene a base di take away per mesi, mentre ero fuori dall’Italia: ordini dal sito o con un sms, paghi con carta di credito, e tempo 30 minuti hai tutto pronto e consegnato in tavola. Oppure, passi al supermercato la sera alle 11 dopo la palestra, stanca morta, e arraffi il tuo vassoietto bell’e pronto di veg-qualche cosa, senza svenarti troppo e con una qualità che non è di sicuro home-made, ma neanche una schifezza industriale paragonabile ai salti in padella nostrani et similaria.

L’IMPORTANZA DELLA VARIETA’

Ricordo che appena tornata in Italia, accompagnai mia madre al supermercato e ci restai di sasso:scaffali e corsie intere dedicate interamente alla pasta e ai prodotti da forno.  Eppure, nessuna traccia di riso e cereali integrali – di qualsiasi tipo.  Oppure degli smoothies e dei succhi di frutta fresca che – a paragone – quelli sugli scaffali nostrani paiono versioni impoverite e allungate, che però paghiamo a caro prezzo. Vogliamo parlare dei banchi frutta e verdura nei supermercati? In Italia sta diventando roba proibitiva, ma all’estero – sebbene cara che sia – quando chiedi al commesso se ha del daikon o dell’alfalfa non strabuzza gli occhi guardandoti come se fossi pazza. Vogliamo parlare dei banchi freezer dove ti puoi comprare un sacco da 5kg di frutti di bosco surgelati? E gli integratori alimentari? Vai nell’apposito negozio o erboristeria, o reparto del supermercato et voilà… c’è il mondo davanti a te: dai fiori di Bach a quelli australiani, dalle vitamine agli oligoelementi. La granola e i cereali per la colazione? Un altro pianeta. Le varietà di marmellate e di condimenti? Non avete idea di quanta roba esista che in Itala non arriva. L’altr’ieri trovai alcuni prodotti della Jordan’s al supermercato e quasi ne fui commossa.

La percezione che va crescendo mano a mano è che l’Italia sia un Paese ricco di tradizione ma povero di vedute. O forse povero e basta.

COSA MI MANCA DAVVERO?

Alla fine, ti ritrovi a pensare: “Non hanno i crackers? E chissenefrega. Non hanno il croissant? Pazienza, mi preparo un pancake che è pure più sano. Ti manca il pane appena sfornato? Provate a mettermi sotto al naso un piatto di naan e lenticchie con del roti…

Mi manca poter mangiare abitualmente  thailandese, messicano, cinese, giapponese, indiano, libanese, koreano, vegano senza ammattirmi a cercarne uno nel raggio dei 100 chilometri. Mi manca la varietà dei cibi al supermercato, mi manca potermi infilare in un caffé e chiedere una colazione vegana quando ne ho voglia, senza dovermi preoccupare che il cameriere non sappia cosa voglio. Mi manca il pane tostato con la tahini e marmellata a colazione, mi manca immergermi nello scaffale dei legumi e vederne davanti a me tanti tipi da non riuscire neanche a contarli. Mi manca arrivare alla cassa del supermercato con la cassiera che – la prima volta che mi vede in vita sua – mi chiede come sto e come mi va la vita, mentre il commesso addetto al packaging si preoccupa di infilarmi la spesa nei sacchetti e mi chiede dove ho parcheggiato la macchina per poggiarmela nel bagagliaio.

Roba da marziani? No, semplicemente estero. A pochi chilometri da qui, oltre le Alpi.