E’ stata una cosa un po’ improvvisata (e quando mai non lo è, quando si tratta di me), ma dopo averci pensato più o meno mezzo secondo, ho accettato l’invito a partecipare allo Stepsover & Overland Experience, un raduno per gli amanti del fuoristrada e delle vacanze in posti remoti del mondo, con qualsiasi mezzo in grado di viaggiare in luoghi impervi e isolati, fuori dalla portata del turista medio.

A Limone Piemonte, incantevole villaggio ai piedi delle montagne cuneesi e a due passi dal confine con la Francia, si sono così radunati, a partire da venerdì pomeriggio, mezzi 4×4 di ogni tipo, dai piccoli quad alle jeep camperate, dai camper fuoristrada ai mezzi ibridi attrezzati per affrontare qualsiasi condizione ambientale. Armati di tenda per dormire, dei propri mezzi di trasporto e di voglia di natura e libertà, il raduno è stato occasione per assistere alle presentazioni di grandi viaggi, ma soprattutto grandi storie.

Io mi sono unita alla crew di Stepsover (ricordate? Ve ne avevo già parlato tempo fa in occasione del loro bellissimo concorso fotografico), alias Lucia, Simone, e il loro inconfondibile camion Kamillo, per poi vivere due giorni a tu per tu con il gruppo dei motociclisti offroad venuti da tutta Italia. Non conoscevo di persona nessuno di loro – a parte un’amica tutta speciale, Vlasta, che ci ha raggiunti venerdì notte dritta dritta da Londra – ed ho trovato tanta disponibilità, simpatia e accoglienza, nonostante non avessi nemmeno la moto (acciaccata in officina) per partecipare al percorso previsto per il sabato: la via del Sale.

LA VIA DEL SALE

La via del Sale è un tratto di strada (naturalmente sterrato) che da Varzi si snoda fino a Genova. Anticamente, questa strada faceva da valico per le carovane di mercanti e pellegrini che commerciavano, per l’appunto, il sale che veniva prodotto al mare e poi trasportato nell’entroterra. Costellato di chiese, forti e piccoli borghi, tutto sulla via del Sale è rimasto come allora, e lungo la strada ci si può imbattere in animali selvatici (cervi, caprioli) e domestici (come gli asini).
Il percorso non è particolarmente difficile, sebbene sia ricco di tornanti e molti dislivelli. Io ho avuto la fortuna di percorrere tutta la strada come (unica, a dire il vero) passeggera di un grande pilota, che si è sobbarcato l’onere di farmi divertire come una bimba tra salti ed equilibrismi vari (grazie Alex!). Il gruppo, veramente eterogeneo quanto a età dei piloti, esperienza e mezzi, contava una ventina di moto, tutti rispettosi della natura e della bellezza dei luoghi che stavamo attraversando. Che è poi il motociclismo che ci piace: quello che rispetta l’ambiente e che – anzi – lo vuole vivere nella sua pienezza e nella sua bellezza con un mezzo che inquina poco ma è adatto ad attraversare le asperità del territorio.

UN CAMBIO DI PARADIGMA

E sarebbe anche ora che il paradigma cambiasse: per tutte queste persone – me compresa – viaggiare in moto non è un modo di spostarsi “più veloce e più figo”, ma un modo per non essere incastrati in una scatola che ci separa dal resto del mondo: si viaggia dentro all’ambiente, si fa parte di esso, e non avulsi da esso. Viaggiare in fuoristrada è uno dei tanti modi che si hanno per viaggiare vivendo in modo più intenso il viaggio di per sè, poco importa la meta. Eppure ci sono sempre più divieti di percorrere strade o sentieri off-road per i motociclisti, normative contrastanti, lamentele infondate  sul fatto che le moto di transito rovinerebbero il paesaggio, senza considerare che invece il moto-turismo in fuori strada potrebbe essere una risorsa per mantenere certe aree oggi vittima di incuria e abbandono.

SPOSTARSI COME NECESSITA’

Certo, è una filosofia che impaurisce molti, senza che però ci si renda conto che spostarsi, oggi, è più che mai necessario per sopravvivere: viaggiamo per lavoro quasi tutti, e mentre viaggiamo ci adattiamo, diventiamo più malleabili, meno paurosi della diversità, di situazioni fuori dal nostro controllo. Impariamo a cavarcela tirando fuori degli istinti innati, impariamo a non dipendere dagli altri e a scoprire le nostre potenzialità. Quando si inizia, è difficile, se non impossibile, smettere. Perché è la nostra natura che ci spinge ad essere maggiormente integrati con ciò che ci circonda e ad essere più adatti, più concreti. Si chiama sopravvivenza della specie. Ancor di più in un mondo virtuale come quello in cui ci stiamo imprigionando con la tecnologia: la mente non può e non deve sostituire tutti i nostri sensi.

Stigmatizzare ciò che ci fa sopravvivere non è davvero una tecnica intelligente. Se non sapete da che parte cominciare, date un’occhiata qui: http://www.stepsover.com/. Buona strada!