È rimasto paralizzato dal petto in giù per circa cinque anni ma ora un giovane uomo americano tetraplegico, Ian Burkhart, è riuscito a tornare a muovere di nuovo la sua mano destra grazie a un chip particolare impiantato nel suo cervello. Il progresso è stato descritto nella rivista Nature, ed è stato realizzato da un gruppo di ricercatori coordinato da Ali Rezai della Ohio State University, Chad Bouton dell’Istituto Feinstein per la ricerca medica e Nick Annetta del Battelle Memorial Institute.

Per la prima volta nella storia la medicina è riuscita ad ottenere un risultato così sorprendente in un caso del genere, ovvero con un paziente tetraplegico: il 24enne Burkhart, infatti, è stato vittima di un incidente subacqueo dove, battendo sulla sabbia di un fondale, si era spezzato il collo e compromesso così la sua spina dorsale, perdendo la possibilità di muovere gli arti, dalle mani alle gambe.

Il chip in questione è stato impiantato nella corteccia cerebrale che va a controllare i movimenti e che a sua volta dirige i segnali nervosi verso un sistema di elettrodi posti sull’avambraccio il quale, in fine, li trasmette alla mano. Il sistema utilizzato è il NeuroLife, definito come un “bypass nervoso elettronico” che va a registrare i segnali della corteccia grazie al chip: questi a sua volta vengono elaborati e trasformati in determinati movimenti desiderati grazie ad un sistema basato sull’intelligenza artificiale.

Dopo due anni di sperimentazione, il chip che ha permesso al paziente di iniziare a tornare – seppur in maniera limitata – ad eseguire alcune azioni quotidiane come mescolare lo zucchero nel caffè o utilizzare la carta di credito, ma anche di afferrare una bottiglia e versare il suo contenuto in un bicchiere. Nonostante i ricercatori stessero lavorando da oltre 10 anni a questa nuova tecnologia, gli esperimenti sul giovane sono iniziati infatti nel 2014 quando, attraverso un intervento chirurgico di tre ore gli è stato impiantato il micro chip nella corteccia motoria.

Ci sono voluti molti mesi prima che Ian riuscisse a compiere tutta questa serie di movimenti, partendo dalla semplice apertura della mano: lo stesso ha infatti rivelato che era come “allenarsi per uno sport, si lavora e il lavoro diventa via via più facile”. Se bene i risultati siano decisamente sorprendenti, questa tecnologia non è una cura per la paralisi, ma il prossimo step della ricerca cercherà una via per miniaturizzarla ulteriormente e rendere il tutto wireless, ovvero senza fili.