Il giudice Claudia Rosini ha reso note le motivazioni della sentenza che l’hanno spinta a condannare medici e infermieri, tutti riconosciuti colpevoli per la morte di Valeria Lembo, donna di trentatré anni di Palermo, uccisa da una dose più alta del solito di chemioterapia iniettatale nel sangue. La giovane donna, che morì il 29 dicembre del 2011, soffriva di linfoma di Hodgkin, malattia in cui nell’80 per cento dei casi si guarisce e si trovava all’ultima seduta di chemioterapia.

La Lembo è deceduta dopo oltre venti giorni di agonia, quando il suo bambino, avuto prima di ammalarsi, aveva compiuto appena sette mesi di vita. Anziché iniettarle nove milligrammi di Vinblastina, alla donna ne furono somministrati novanta, una dose letale che l’hanno strappata alla vita proprio quando il suo trattamento terapico, molto probabilmente, stava per giungere al termine.

Da quanto sarebbe risultato nel processo, la donna avrebbe chiesto il motivo di una dose maggiore, avrebbe riferito al personale medico di interrompere il trattamento a causa del bruciore al braccio e nonostante tutto questo non sarebbe stata assistita nel migliore dei modi. Il giudice che ha emesso le condanne non ha esitato a definire quanto accaduto a Valerio Lembo “un omicidio in piena regola“, perpetrato da chi, dopo l’errore, anziché ammettere la propria responsabilità non ha fatto altro che scaricare colpe ad altri.

L’oncologa Laura Di Noto è stata dunque condannata a sette anni di reclusione – dato che è stata riconosciuta come la principale responsabile di quanto accaduto – mentre il primario Sergio Palmieri è stato condannato a quattro anni e sei mesi.