Si parla di parto indotto quando si interviene  con metodi artificiali al fine di stimolare il travaglio. Nella maggioranza dei casi, il parto viene indotto quando la gestante supera di una o due settimane la data prevista per il parto, così da impedire che il feto cresca troppo e il parto diventi pericoloso per la madre. E’ tuttavia possibile ricorrere a tale procedura anche nel caso in cui la salute di mamma e bambino siano a rischio (diabete, colestasi gravidica, ipertensione, ecc.); nel caso si riscontri leggera sofferenza fetale; a seguito di un distacco di placenta e in presenza di rottura naturale della acque senza contrazioni.

Il parto indotto può dunque essere, a seconda delle circostanze, una procedura d’emergenza o una procedura pianificata. Di conseguenza, anche le tecniche con le quali si decide di intervenire possono variare a seconda del singolo caso, ma nessuna di esse può essere considerata completamente priva di rischi. Per tale motivo, prima di procedere, è opportuno eseguire un’attenta valutazione del rapporto rischi/benefici. Spetta al medico indirizzare la paziente verso l’approccio più appropriato in base alle  circostanze, soprattutto se si tratta di una procedura di emergenza.

In generale, tuttavia, in assenza di particolari complicazioni, il primo passo per l’induzione è la stimolazione o scollamento delle membrane. La procedura è utile sia per stimolare il parto, che per velocizzarlo e viene eseguita solitamente delle ostetriche. Mediante l’inserimento di un dito a livello del collo dell’utero vengono infatti eseguite delicate manovre mirate a separare il sacco amniotico dalle pareti uterine interne.

Se con la stimolazione delle membrane non si ottengono risultati apprezzabili si procede quindi con la maturazione e dilatazione cervicale indotte. A tal fine è possibile utilizzare un gel prostaglandinico (somministrazione ripetibile fino a un massimo di 4 volte a distanza di almeno sei ore l’una dall’altra) o prostaglandine sintetiche, somministrate per bocca.

Nel caso in cui il travaglio non sia ancora iniziato, ma anche per accelerarlo, si procede con la rottura volontaria delle acque. Tale procedura viene eseguita con l’ausilio di un piccolo uncino in plastica che, inserito fino al collo dell’utero, va a rompere il sacco amniotico. Si verificherà quindi una ingente perdita di liquido amniotico dalla vagina e la pressione del cranio del piccolo aiuterà l’utero a contrarsi.

L’ultima fase del parto indotto consiste nella somministrazione di una flebo di ossitocina sintetica in infusione continua, che stimolerà le contrazioni uterine.

Generalmente l’induzione non ha alcun effetto negativo sul feto, mentre tende a rendere il parto molto più doloroso per la madre, poiché le contrazioni si presentano da subito forti e ravvicinate. Per questo motivo è consigliabile scegliere di avvalersi dell’anestesia epidurale qualora si propenda per un’induzione programmata.

La procedura non è tuttavia esente da rischi: rilevare disagio fetale durante l’induzione è abbastanza comune, come anche la necessità di intervenire con un taglio cesareo, qualora i precedenti tentativi non dovessero andare a buon fine. Alcuni dei medicinali usati per stimolare il parto hanno inoltre come possibile effetto collaterale la riduzione della frequenza cardiaca fetale. Durante tutta l’operazione, proprio per questo motivo il bambino viene continuamente monitorato. Nel parto indotto aumenta poi il rischio di sviluppare infezioni, sia nella madre che nel feto, come anche la possibilità di andare incontro a emorragie post-partum, provocate dalla mancata contrazione spontanea delle pareti muscolari dell’utero.