C’è una crescente quantità di piccole isole i cui capi amministrativi stanno guardando con preoccupazione l’orizzonte del mare che si alza e che circonda i loro splendidi atolli, cercando disperatamente un posto dove costruire nuove case. La lista include le Isole Marshall, Tuvalu, le Maldive e le Seychelles. Quest’ultima settimana la lista si è allungata con l’isola di Kiribati.

Infatti, anche nel migliore scenario in cui tutte le emissioni di gas inquinanti nell’aria cessassero domani, i livelli degli oceani attorno al mondo aumenterebbero lo stesso da un metro a due metri entro il 2100. Il che si tradurrebbe nell’impossibilità di non poter più vivere non solo su queste isole, ma anche in Polinesia, a Manhattan, ed in particolare a Kiribati, che sarebbe completamente sommersa.

Il governo di Kiribati ha già sperimentato la costruzione di muri per il mare ed ha anche considerato la costruzione di case galleggianti, un po’ sull’idea di Waterworld. Molti dei residenti di Kiribati si sono già trasferiti nell’interno o in una delle altre 32 isole, poiché le risorse d’acqua dolce sono già state contaminate dal sale dell’acqua marina ed i campi coltivati sono stati inondati.

A questo punto, però, si rende necessario un piano di evacuazione verso terre più alte per i 103.000 abitanti dell’isola. Ecco perché Kiribati ha acquistato un pezzo delle isole Fiji (nove miglia quadrate) sulla seconda isola più grande delle Fiji, Vanua Levu. Il costo delle terre è di 9.6 milioni di dollari.

Non solo: il presidente di Kiribati sta anche pensando ad un rudimentale piano di evacuazione, che prevede di inviare i 500 lavoratori più capaci alle Fiji per cominciare a insediarsi e poi inviare il resto della popolazione. E non solo c’è un programma di “Educazione alla Migrazione” per gli abitanti dell’isola, ma nuovi territori sono sotto vaglio anche in Australia ed in Nuova Zelanda per trovare un posto in cui vivere ai “migranti forzati”.

Del resto, per loro, migrare non sarà una scelta…