Curare il tumore alla prostata con dei radiofarmaci: di questo si è parlato nel corso del 12° Congresso nazionale dell’Associazione Italiana di Medicina Nucleare ed Imaging Molecolare (AIMN) a Rimini, che per l’occasione ha riunito oltre 500 specialisti della materia provenienti da tutta Italia.

Nel corso degli ultimi anni la medicina nucleare diventa sempre di più una delle specializzazioni più importanti per combattere delle malattie importanti, come appunto i tumori. E a tal proposito, lo stesso Presidente Nazionale dell’Associazione, il prof. Onelio Geatti, spiega come “la medicina nucleare usa sostanze radioattive per colpire le cellule tumorali” e che “A differenza della radioterapia classica, però, la somministrazione delle radiazioni avviene dall’interno e non dall’esterno dell’organismo”.

Fino a poco tempo fa” continua il prof. Geatti “intervenivamo solo sul tumore della tiroide, ora invece abbiamo a disposizione il Radio-223 dicloruro (Ra-223), il primo radiofarmaco efficace contro il tumore della prostata.” Secondo quanto dichiarato dallo stesso, ogni anno vengono registrati più di 36mila casi di uomini, nel Bel Paese, che hanno sviluppato il tumore alla prostata, diventando il cancro più diffuso tra gli individui di sesso maschile.

Una condizione che portava alla morte più di 7500 individui l’anno, ma il radiofarmaco ora a disposizione mostrerebbe i primi risultati positivi. “Il Ra-223” ha spiegato il direttore U.O.C. di  Medicina Nucleare dell’Università di Messina, il prof. Sergio Baldari “è un radiofarmaco ad azione specifica sulle metastasi ossee e ha dimostrato di aumentare del 30% la sopravvivenza.” Questo, infatti, emetterebbe delle radiazioni alfa senza recare danni evidenti al midollo osseo e donerebbe sollievo dal classico dolore osseo che contraddistingue la neoplasia.

Tumore alla prostata: un trattamento “sicuro”

Lo stesso Presidente del Congresso AIMN, Maria Luisa De Rimini, ha definito “sicura” la medicina nucleare, evidenziando come “i radiofarmaci che utilizziamo di solito vengono somministrati con iniezione in vena.” Questo perché il trattamento andrebbe ad esporre i pazienti a dosi di radioattività ritenute “estremamente basse” e un impatto nell’ambiente “quasi pari a zero”. Ad ogni modo saranno in molti i pazienti che storceranno il naso di fronte a questo nuovo trattamento: infatti, la stessa ha affermato come ”l’idea che siano iniettati nell’organismo atomi radioattivi spaventa molti dei nostri pazienti” ma rassicura “i radiofarmaci alfa emittenti hanno la capacità di legarsi e agire solo sui tessuti malati, risparmiando tutto ciò che sta attorno”.

Una innovazione, ha rivelato l’AIMN, che viene riconosciuta anche dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) e che presto potrebbe essere inserito nella fascia H e quindi a totale carico del sistema sanitario.