Nella regione Lazio, ogni anno le nuove diagnosi di tumore al seno sono 4.200, di cui 2000 solo a Roma. Conoscere il DNA del tumore può essere la chiave fondamentale per stabilire sia l’evoluzione della malattia, che la cura più efficace e meno tossica per la paziente, intervenendo quando il tumore non risponde efficacemente alla chemioterapia.

METODO

Con un test innovativo che rivoluziona l’approccio terapeutico alla malattia: prelievo di un campione di tessuto malato, su cui si esegue uno studio genomico su 21 geni specifici analizzandone sia l’interazione che la funzionalità. Grazie a quest’ultimo è possibile ipotizzare se il tumore si ripresenterà a 10 anni dalla diagnosi e soprattutto se la chemioterapia sia necessaria; tale risposta si avrà nel giro di 10/14 giorni.

E’ fondamentale che il test venga eseguito prima dell’inizio di qualsiasi decisione al trattamento, in quanto  è stato provato che  in un terzo delle pazienti, l’oncologo ha potuto modificare il piano terapeutico evitando la chemioterapia in un quarto e aggiungendola nel 5-10% delle pazienti. 

FORUM INTERNAZIONALE

Questo è il tema affrontato il 31 gennaio in occasione del ‘Forum internazionale’ sui test genomici che puntano alla massima personalizzazione della cura.

“Disporre di un test genomico che si affianchi agli altri parametri di tipo anatomo-clinico e biologico – dichiara Francesco Cognetti, direttore del Dipartimento di Oncologia Medica dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena – IFO di Roma – consente di effettuare una indagine sulla natura del tumore molto più raffinata. Oggi questo tipo di analisi, mirate alla definizione della prognosi, è comunque possibile ma avviene solo tramite una valutazione immunoistochimica che si effettua sul pezzo istologico”.

“Il test – precisa il professor Cognettiè indicato nei casi cosiddetti ‘borderline’, ossia con malattia allo stadio iniziale, con l’espressione del recettore per l’estrogeno (ER+) o per il Progesterone (PgR+) e linfonodi ascellari negativi, nei quali cioè i parametri biologici non consentono di definire con sicurezza quale sia il livello di rischio per una ricaduta né quale sia il trattamento più adeguato. Il test, invece, non è indicato con malattia estesa anche ai linfonodi ascellari: in questo caso la donna deve essere comunque sottoposta a chemioterapia poiché il rischio di sviluppare metastasi è maggiore e la prognosi è più sfavorevole”.

“Ad ora, visto i limiti dei costi imposti dal test – conclude Cognetti – il test è attuato da poche decine o centinaia di donne. Nel momento in cui esso dovesse essere di più facile utilizzazione, ma soprattutto anche dispensato dal sistema sanitario nazionale – come sarebbe giusto – i numeri aumenterebbero in maniera significativa. Resta inteso che anche in caso di una maggiore diffusione del test, dovrebbero essere stabiliti dei criteri di eleggibilità molto stretti per evitare che vi sia un abuso e se ne faccia solo uso quando realmente necessario. Pur attuando una rigida selezione, il test apporterebbe comunque un vantaggio sia al Sistema Sanitario Nazionale sia sulla qualità di vita delle pazienti”.

A cura di Jessica Di Giacomo

photo credit: GuilleDes via photopin cc