Il timore principale, quando si esegue un trapianto di fegato – ma non solo di fegato – è che successivamente questo non vada a buon fine, il più delle volte a causa del rigetto. In tale ottica appare dunque piuttosto interessante lo studio che è stato effettuato presso il Centro trapianti universitario dell’Ospedale Molinette di Torino e che ha permesso di scoprire che l’esito del trapianto di fegato potrebbe essere in qualche modo legato al Dna e all’influenza della genetica.

Ad essere soprattutto a rischio di trapianto non riuscito sarebbero i pazienti che sono affetti da epatite Hcv e che presenterebbero talune caratteristiche genetiche. Questo sarebbe appunto l’esito della ricerca condotta da Antonio Amoroso e Renato Romagnoli, che hanno monitorato almeno mille trapianti di fegato effettuati in un arco temporale di dieci anni, e che si sono concentrati soprattutto su soggetti che hanno ricevuto un fegato nuovo perché affetti da cirrosi scatenata da epatite C. Sarebbero proprio loro i pazienti maggiormente svantaggiati quando si tratta di percentuale di successo del trapianto di fegato.

A causa di due varianti genetiche che faciliterebbero l’insorgenza di nuove infezioni, il trapianto di fegato potrebbe dunque non andare a buon fine. Conoscere in anticipo questo dettaglio potrebbe certamente evitare di mettere in atto soluzioni che non porterebbero a nulla o che rappresenterebbero solo un rischio ulteriore per il paziente. Ma tale studio potrebbe consentire anche di trovare delle soluzioni per casi come questi e farsi trovare pronti con nuovi farmaci anti-Hcv ad azione diretta, in modo tale da intervenire il prima possibile con la terapia farmacologica.