Le transaminasi sono enzimi che si trovano in vari distretti parti del corpo, ma soprattutto nel fegato e nei muscoli scheletrici striati. Un leggero aumento dei loro livelli ematici è un evento piuttosto comune durante la gravidanza, specialmente nell’ultimo trimestre, quando l’alterata produzione ormonale tende ad affaticare il fegato. Quando tuttavia si assiste ad un aumento significativo dei livelli di transaminasi è opportuno indagarne tempestivamente le cause, poiché potrebbe trattarsi di un campanello d’allarme che indica la presenza di colestasi gravidica (o intraepatica), patologia a carico del fegato indotta proprio dalle variazioni ormonali tipiche della gravidanza. Tale condizione si traduce in un ristagno della bile nel fegato e nella dispersione dei suoi sali all’interno di sangue e tessuti, con conseguente insorgenza di sintomi quali prurito diffuso, modesto ittero e comparsa di puntini rossi. Le la lettura dei livelli di transaminasi nel sangue si rivelano importanti proprio in questo senso, poiché utilizzabili in medicina per rilevare la presenza di un danno epatico.

Se diagnosticata precocemente, la colestasi gravidica non costituisce un pericolo per mamma e bambino ed è facilmente curabile tramite una mirata terapia farmacologica, l’adozione di una dieta leggera e l’assunzione di almeno un litro e mezzo di acqua al giorno. La situazione tende quindi a risolversi spontaneamente nei giorni successivi al parto. Si tratta di una patologia abbastanza rara, che interessa l’1-2% delle gravidanze, ma assolutamente da non sottovalutare. L’accumulo di acidi biliari nel sangue può infatti ridurre la sintesi di surfattante polmonare, sostanza che induce la maturità polmonare e consente al bambino l’autonomia respiratoria al momento della nascita. Al contempo è possibile che l’accumulo di acidi biliari provochi l’immissione di meconio (le prime feci del bambino) nel liquido amniotico, con conseguente pericolo di asfissia al momento della nascita se queste vengono inalate. Nonostante la terapia farmacologica riduca notevolmente le probabilità di  la morte perinatale, l’induzione del parto intorno alla 36°/37° settimana di gravidanza sembra ad oggi essere l’approccio più sicuro.

Quando tuttavia le secrezioni biliari raggiungono concentrazioni tali da oltrepassare la placenta (si parla in questo caso di Sindrome HELLP), allora si può verificare una condizione di sofferenza fetale anche molto grave, che talvolta costringe ad un parto cesareo di emergenza o all’induzione del parto appena possibile. In caso di sospetta sindrome HELLP è assolutamente necessario procedere al ricovero ospedaliero al fine di tenere madre e bambino costantemente monitorati. La funzionalità del fegato materno tende infatti a peggiorare rapidamente, con importanti ripercussioni non solo sui suoi parametri vitali della madre, ma anche di quelli del bambino. In epoca gestazionale compresa tra le 24 e le 32 settimane, specie se in presenza di sofferenza fetale o complicanze materne quali eclampsia, CID e distacco di placenta, il parto d’urgenza si rivela la scelta più sicura, anche se pretermine, con conseguente rischio di complicanze neonatali acute. Il passaggio nel circolo fetale dei sali biliari potrebbe infatti comportare un’aumentata incidenza di sofferenza fetale in travaglio o addirittura morte endouterina improvvisa.