Il 18% dei pigmenti utilizzati per la realizzazione di tatuaggi risultano contaminati da cariche microbiotiche e funginee. Questo il risultato delle indagini, ancora in corso, effettuate su un campione prelevato dai carabinieri del Nas. Il Ministero della Salute in seguito a tale indagine ha disposto un provvedimento temporaneo di divieto di vendita e di utilizzo dei pigmenti non conformi, con richiesta di campionamento ufficiale per le analisi in contraddittorio.

Come spiegato dal Ministero in una nota, le indagini sono state richieste dalla Direzione generale della Prevenzione, a seguito di quelle già condotte dall’Istituto Superiore di Sanità, su 350 campioni di pigmenti per tatuaggio, per accertare la sterilità e valutare le metodiche stesse di sterilizzazione da parte delle aziende produttrici.

Ai carabinieri del Nas è stato affidato l’incarico di procedere al prelevamento dei campioni, e i militari dell’Arma stanno effettuando i test su tutto il territorio nazionale attraverso i loro comandi di Milano, Torino, Alessandria, Padova, Bologna, Parma, Pescara, Roma, Latina, Napoli, Bari e Palermo. Al momento, su 169 campioni prelevati, 29 sono risultati contaminati. Le operazioni risultano sono ancora in corso e nei prossimi giorni si potrà disporre di dati complessivi e aggiornati.

Uno studio illustrato lo scorso ottobre durante il congresso annuale dell’Accademia europea di dermatologia e venereologia (Eadv), ha illustrato come 58 nuovi inchiostri analizzati alla ricerca di contaminazioni batteriche abbiano dato risultati allarmanti: nel 10% dei casi, sono stati rilevati batteri causa di infezioni, come stafilococchi, streptococchi, pseudomonas ed enterococchi.

Come spiega Carlo Gelmetti, direttore della Clinica dermatologica dell’università degli Studi-Fondazione Irccs Policlinico di Milano, su Adn Kronos, “il problema di infezioni e allergie causate dagli inchiostri è reale e legato alla natura sintetica dei nuovi pigmenti. Il 90% delle sostanze impiegate oggi è fabbricato in laboratorio con formule ignote», mentre «i pigmenti utilizzati fino a 10-15 anni fa erano sostanze storiche, note e autosterilizzanti, che proprio per la loro composizione chimica erano in grado di restare sterili anche se il tatuatore lasciava aperto il cappuccio della confezione». Si trattava ad esempio di «carbone per ottenere il colore nero, sali di cadmio per il giallo, sali di mercurio o di ferro per il rosso», elenca l’esperto. E se si verificava un’infezione, precisa, nella maggior parte dei casi era per «l’ambiente e le condizioni in cui venivano realizzati un tempo i tattoo“.

In Italia, risale al 2013 il caso di una ragazza milanese morta per sepsi qualche giorno dopo aver fatto un nuovo tatuaggio. “In Italia siamo sempre un po’ più lenti – afferma Gelmetti – ma il problema esiste e sta emergendo anche qui”. La natura, l’entità e le conseguenze dell’infezione da inchiostro contaminato, conclude Gelmetti “dipendono dal tipo di agente infettante e dalla sua carica. Un conto è tatuarsi una farfallina, un altro è farsi dipingere tutta la schiena”.