Il tampone vaginale è un esame diagnostico molto diffuso, indolore e non invasivo, il cui scopo è quello di verificare l’eventuale presenza di microrganismi patogeni responsabili di processi infettivi a carico della vagina o della cervice uterina. L’esame viene solitamente prescritto dal medico qualora la paziente lamenti sintomi quali perdite intime anomale, dispareunia (dolore durante i rapporti sessuali), prurito e bruciore intimo, senso di pesantezza al basso ventre e problemi urinari, oppure dal ginecologo stesso, a seguito di una prima visita.

Il test consiste nella raccolta di cellule in sfaldamento e secrezioni vaginali tramite un sottile bastoncino cotonato (simile ad un cotton-fioc). Il materiale raccolto tramite il tampone viene quindi sottoposto ad una duplice analisi: una parte di esso viene fissato con dell’alcol metilico e inviata ad analizzare; l’altra viene posta in appositi contenitori e utilizzata per un esame colturale atto ad evidenziare l’eventuale crescita di batteri o miceti.

Attraverso il test, viene quindi in prima analisi verificato il pH vaginale, per poi indagare l’eventuale presenza di funghi, leucociti (segnale di un processo infettivo in corso), alterazioni della flora batterica, infezione parassitarie come la Trichomonas vaginalis e di agenti infettivi quali lo Streptococcus agalactiae o beta-emolitico del gruppo D, Stafilococco, Gardnerella vaginalis e Candida. Se invece l’infiammazione riguarda principalmente la cervice uterina (in questo caso si parla di tampone cervicale) il test è in grado di rivelare la presenza di Gonorrheae, Chlamydia Trachomatis, Micoplasmi e HPV (Human Papilloma Virus).

E’ consigliabile eseguire il tampone vaginale anche nel caso si stia programmando una gravidanza, così da escludere la presenza di infezioni dovute per esempio a funghi (come la Candida) o protozoi (Trichomonas). Sempre più spesso, il tampone vaginale viene quindi ripetuto durante la gravidanza, fra la 34-36ma settimana, al fine di diagnosticare possibili infezioni prima che divengano pericolose per mamma e bambino, come nel caso dello Streptococco beta-emolitico, inizialmente innocuo, ma potenzialmente pericoloso al momento del parto. Sebbene la mamma non presenti infatti alcun sintomo, venendo a contatto con questo batterio, il bambino potrebbe invece sviluppare malattie di una certa gravità, come meningite e polmonite.