Nuova batosta per la Sanità pubblica italiana: tra neanche un decennio potrebbe non esistere più. Questo non solo per colpa degli sprechi che si verificano ogni anno, ma anche per via dei pochi fondi e dei costi sempre più in aumento.

A svelarlo è stata la Fondazione Gimbe la quale ha presentato a Roma – presso la Biblioteca del Senato – il Rapporto sulla sostenibilità del Ssn 2016-2025: secondo la stessa, infatti, se non verrà messa in atto una strategia sia politica che economica per salvare il Servizio sanitario nazionale, questo entro il 2025 potrebbe collassare definitivamente.

Per questo motivo il Presidente della stessa fondazione, Nino Cartabellotta, come svelato da AdnKronos ha spiegato come serva prima di tutto “una esplicita volontà politica, documentabile da tre segnali, che oggi non si colgono: la sanità pubblica e, più in generale, il sistema di welfare devono essere rimessi al centro dell’agenda politica” continuando “Governo, Regioni e Parlamento devono confermare all’unisono che gli obiettivi del Ssn sono ancora quelli della sua istituzione; programmazione finanziaria e sanitaria devono avere l’obiettivo prioritario di salvaguardare la sanità pubblica”.

Sanità pubblica: il piano della Fondazione Gimbe

Per cercare di salvare il Servizio Sanitario Nazionale la fondazione ha avanzato una proposta, un “piano di salvataggio” che si fonda su “cinque azioni fondamentali” che cominciano dall’offrire una certezza sulle risorse destinate al Ssn, cercando così di mettere fine – come ricorda la stessa fondazione – “alle annuali revisioni al ribasso rispetto alle previsioni del Def e con un graduale rilancio delle politiche di finanziamento pubblico”.

Gli altri punti presenti nel piano prevedono la rimodulazione dei Leasotto il segno del ‘value’ delle prestazioni” per andare a garantire a tutti i cittadini dei servizi e delle prestazioni sanitarie dal “value” elevato. A questo si aggiunge la “definizione di un Testo unico per la sanità integrativa” e la ridefinizione delle tipologie di prestazione, sia essenziali che non, le quali “possono essere coperte dalle varie forme di sanità integrativa”; questo senza dimenticarsi di un’estensione dell’anagrafe nazionale circa i fondi integrativi alle assicurazioni private e il coinvolgimento di forme di imprenditoria sociale per prendere tutte le opportunità che vengono offerte dalla recente riforma del terzo settore.

Gli ultimi due punti vedono la definizione di indicatoriper monitorare le Regioni nel processo di disinvestimento e riallocazione delle risorse”, in fine mettendo sempre la salute al centro di tutte le decisioni (health in all policies) “in particolare di quelle che coinvolgono lo sviluppo economico del Paese”.

Secondo Cartabellotta, se non vengono messi in atto questi interventi, tra il 2016 e 2025 lo scenario della sanità italiana con molta probabilità subirà una “graduale e inesorabile trasformazione verso un sistema sanitario misto” il quale dovrà comune essere governato da delle decisioni politiche ma “consegnando definitivamente alla storia il nostro tanto decantato sistema di welfare“.

Sanità pubblica italiana tra costi in aumento e sprechi

Solo nel 2014 la spesa pubblica ha superato i 111 miliardi di euro, mentre quella privata di “soli” 33 miliardi: tra questi, circa 27 miliardi sono stati sborsati dai cittadini mentre quasi 6 miliardi da “intermediati” (di questi, 4.60 miliardi sono arrivati da fondi sanitari integrativi e 1.35 miliardi da polizze assicurative). Una spesa, questa, che secondo quanto stimato dal Rapporto sarà solamente un sogno nel 2025 dove è stimato che si arriverà alla cifra astronomica di 200 miliardi di euro.

Questa, spiega il rapporto, si potrà recuperare solamente attraverso l’incremento della quota di spesa privata “intermediata da fondi integrativi, un piano di disinvestimento dagli sprechi e, ovviamente, un’adeguata ripresa del finanziamento pubblico“. I 200 miliardi di euro nel 2025, spiega lo stesso, sono stati raggiunti tenendo in considerazione diversi fattori attuali come il sotto-finanziamento, ma anche mettendo a confronto l’Italia con altri Paesi europei: a questi si sono aggiunti poi  il rilancio delle politiche per il personale sanitario, gli inadempimenti Lea, il continuo invecchiamento della popolazione, le innovazioni farmacologiche e la necessità di ammodernamento tecnologico.

La cifra totale per persona, all’anno, risulterebbe così di circa 3.300 euro.

Sotto accusa non possono mancare certamente gli sprechi, in quanto solo nel 2015 è stata contata una cifra totale che arriva quasi ai 25 miliardi di euro, pari a circa il 20% totale della spesa (circa 112.408 miliardi). Tra le voci che più hanno gravato – e sulle quali bisogna lavorare maggiormente – si trova l’alto numero di prestazioni definite inefficaci, inappropriate o troppo costose rispetto ai benefici reali (circa 7.4 miliardi di euro) seguita dalla corruzione che, silente, si è annidata anche nel Sistema sanitario nazionale e che è costata circa 4.9 miliardi di euro.

Per questo motivo, spiega Cartabellotta, sarebbe fondamentale e indispensabile attuare un piano di disinvestimento verso gli sprechi, che non si basi solamente su “azioni puntuali di spending review, ma che preveda interventi strutturali e organizzativi in grado di eliminarne definitivamente una componente”. Attraverso questo piano, spiega, si potrebbero recuperare circa 100 miliardi di euro in 10 anni, ai quali successivamente si aggiungerebbero 4.9 miliardi di euro presi da frodi e abusi, 3.2 miliardi dallo spreco nell’acquisto di tecnologie sanitarie, farmaci e strumenti medici insieme a beni e servizi non sanitarie (come mense e lavanderie), 3.4 miliardi per il sottoutilizzo delle prestazioni, insieme a 2.7 miliardi per la burocrazia e scarsa diffusione delle tecnologie e 2.9 miliardi per coordinamento da parte dell’assistenza ritenuto inadeguato.