Per ogni santo c’è una tradizione antica, e per ogni tradizione antica c’è un rito pagano. San Valentino, il patrono degli innamorati che si festeggia il 14 febbraio, non fa eccezione. Che siate tra i fortunati che lo festeggeranno in dolce compagnia o che invece siate tra coloro che proprio non lo sopportano e lo evitano, forse andare a scavare indietro nel tempo per capire un po’ meglio il senso originario di questa festa potrebbe farvelo vedere sotto una luce diversa.

GLI ANTICHI RITI DEI LUPERCALIA

I Lupercalia (come si chiamavano in latino), o Lupercali (in italiano) erano una festività romana che si celebrava nei giorni nefasti di febbraio, mese purificatorio (dal 13 fino al 15 febbraio), in onore del fauno Lupercus (o Luperco), protettore del bestiame ovino e caprino. Questo mese era il culmine del periodo invernale nel quale i lupi, affamati, si avvicinavano agli ovili minacciando le greggi. La festa era quindi situata quasi alla fine dell’anno, considerando che i Romani festeggiavano il nuovo anno il 1º marzo.

In realtà c’è anche un’altra versione, avanzata da Dionisio di Alicarnasso, maggiormente incentrata sulla mitologia di Roma: i Lupercalia ricorderebbero il miracoloso allattamento dei due gemelli Romolo e Remo da parte di una lupa che da poco aveva partorito. I Lupercalia venivano infatti celebrati nella grotta chiamata appunto Lupercale, sul colle romano del Palatino dove, secondo la leggenda, i fondatori di Roma, Romolo e Remo sarebbero cresciuti allattati da una lupa.

IL LUPO E LA PECORELLA

Di fondo, il significato della festa pagana è stato traslato in veste amorosa con la figura del lupo affamato che cercava di catturare qualche pecorella. In un articolo di Federico Valicenti proprio sui Lupercalia, l’autore riferisce di una leggenda raccontata da Ovidio, nella quale al tempo di re Romolo vi sarebbe stato un prolungato periodo di sterilità nelle donne. “Per poter sconfiggere questa dannazione – scrive Valicenti – donne e uomini si recarono in processione fino al bosco sacro della dea Giunone e qui si inginocchiarono in atteggiamento di supplica. Giunone attraverso lo stormire delle fronde dei suoi alberi ordinò che le donne dovevano essere possedute da un grosso caprone sacro agli dei, creando sgomento nei maschi. I maschi, per evitare l’affronto, chiesero aiuto al loro sacerdote che arrivò in soccorso munito del lituo “bastone senza nodi ricurvo ad un’estremità” utilizzato per tracciare il templum. Templum che “racchiudeva lo spazio tra cielo e terra entro cui osservare i segni della volontà divina”, reinterpretò favorevolmente il segno divino, leggendo nel movimento delle fronde la volontà degli dei di sacrificare un caprone. Sacrificato il caprone, vennero tagliate dalla sua pelle delle strisce, chiamate februa, con cui colpire la schiena delle donne che dopo dieci mesi lunari partorirono. Da quel giorno iniziarono i riti lupercali tipici del paganesimo“.

I Lupercalia venivano celebrati dai luperci, giovani sacerdoti che correvano giù per il Palatino vestiti solo dalle strisce di pelle dell’animale sacrificale, e colpendo le donne con le strisce di pelle per donare loro la fertilità.

DAI LUPERCALIA A SAN VALENTINO

I Lupercalia furono una delle ultime feste romane ad essere abolite dai cristiani. In una lettera di papa Gelasio Isi riferisce che a Roma durante il suo pontificato (quindi negli anni fra il 492 e il 496) si tenevano ancora i Lupercali, sebbene ormai la popolazione fosse da tempo, almeno nominalmente, cristiana. Probabilmente, già allora, il significato religioso della festa era andato perduto. Infatti, il primo San Valentino fu festeggiato proprio nel 496, quando Papa Gelasio I lo formalizzò in data del 14 febbraio, a celebrazione dell’amore e ritagliato sulle vicende della vita del Santo, noto “riconciliatore” delle controverse amorose.

Insomma, che San Valentino vi stia simpatico o no, io resto legata allìantica tradizione e vi auguro Felici Lupercalia!