Il sale rosa dell’Himalaya fa parte di quel gruppo di condimenti che negli ultimi anni vanno molto di moda e che sempre più spesso compaiono sulla tavola degli italiani. Merito del successo va anche alle presunte proprietà che la sostanza avrebbe rispetto al più comune sale da cucina.

A smentire tutte le leggende urbane ci ha pensato Dario Bressanini sul suo blog Scienza in cucina su Repubblica. Secondo lo scrittore e chimico, infatti, il sale rosa dell’Himalaya (che tra l’altro arriva invece da una zona del Pakistan) viene presentato ingannevolmente come l’unico sale incontaminato sul mercato.

La presunzione è quella di una presunta contaminazione del sale marino, che nell’immaginario comune deriverebbe semplicemente dall’evaporazione marina e non da un complesso sistema di raffinamento che lo rende assumibile e adatto al palato.

Oltre al 98% di cloruro di sodio prescritto per legge, il sale rosa contiene poi altri tipi di sali tra cui calcio, magnesio, potassio e vari metalli pesanti come cadmio, nickel e ossido di ferro (causato dal deposito delle miniere da cui proviene).

Inutile persino citare la presenza di ferro come valore aggiunto della sostanza, dato che si tratta di concentrazioni bassissime, ininfluenti per una dieta equilibrata. Del tutto inesistenti anche i famigerati 84 oligoelementi che darebbero luogo a proprietà quali la regolarizzazione del pH e della ritenzione idrica, la riduzione dei crampi e il miglioramento della salute dei reni.

Insomma, il sale rosa non è altro che sale comune dal colore affascinante, con l’aggiunta di sostanze non indispensabili, per non dire inutili, alla salute dell’uomo.