Si chiama resistenza alla leptina ed è una delle principali cause che rendono tanto difficile dimagrire e, poi, mantenere i risultati raggiunti.

È ormai ampiamente dimostrato che le diete dimagranti ipocaloriche agiscono sul breve periodo e solo fino a un certo punto: dopo aver perso circa il 10 per cento del peso iniziale il dimagrimento rallenta drasticamente e continuare a perdere massa grassa diventa estremamente difficile.

Non solo, il peso perso si riprende in fretta: una ricerca dell’Università di Melbourne ha dimostrato che, a prescindere dal tipo di dieta e pur mantenendo un regime di mantenimento, si finisce lentamente per ingrassare di nuovo. E l’effetto  diventa ancora più evidente se, terminata la fase di dimagrimento, si torna a un’alimentazione libera.

Alla base di tutto questo ci sarebbe uno squilibrio biochimico, la resistenza alla leptina appunto, che falsa la percezione del peso e della massa grassa da parte del sistema nervoso centrale.

La leptina è uno degli ormoni prodotti dal tessuto adiposo.  Il nostro adipe, infatti, è tutt’altro che una riserva inerte, come si pensava fino a qualche anno fa, ma  un vero e proprio organo, che interagisce con il metabolismo.

Tra i compiti della leptina c’è quello di mantenere aggiornato l’ipotalamo sullo stato delle nostre riserve energetiche. Tanto più siamo grassi, tanta più leptina produciamo. Questo, a cose normali, fa scattare un meccanismo di feed back che porta automaticamente a una riduzione dell’appetito e dell’assimilazione e a un aumento del dispendio energetico.

Il nostro corpo, infatti, è pensato per mantenersi in forma senza nessuno sforzo da parte nostra. Meccanismi come l’appetito, il senso di sazietà e il gusto dovrebbero indurci a mangiare ciò che ci serve e nella quantità di cui abbisognamo e, se per caso eccediamo, subito entra in funzione la leptina a rimettere le cose a posto.

Esperimenti di laboratorio sui topi dimostrano che la somministrazione di leptina in soggetti sani, porta gli animali a mangiare meno e ne accelera il metabolismo basale con effetti dimagranti. La stessa pratica non ha però effetti significativi sui soggetti obesi, tranne che in rari casi dove si registra un deficit nella produzione di leptina. Da cui l’ipotesi che, nella maggioranza degli individui in sovrappeso, il problema non sia nei livelli dell’ormone, ma nel suo funzionamento.

E, infatti, è stato rilevato che i problemi si verificano nella trasmissione o nella recezione del messaggio. Ciò può dipendere da una desensibilizzazione (in alcuni soggetti obesi si è riscontrata una scarsa presenza di leptina a livello cerebrale, a fronte di livelli molto elevati nel circolo ematico, come se si fosse attivata una sorta di impermeabilizzazione della barriera ematoencefalica) o da interferenze biochimiche (una situazione infiammatoria di basso grado, la cosiddetta infiammazione silente altera la biochimica dell’organismo interferendo con la leptina, effetti simili sono causati dal cortisolo, l’ormone dello stress, e dall’insulina).

Quale che sia la causa, l’ipotalamo riceve informazioni sbagliate sulla massa grassa e in particolare ne rileva solo una parte, arrivando a ritenere queste riserve adeguate (difficoltà a dimagrire) o addirittura scarse (tendenza a ingrassare), a dispetto dei chili in eccesso. Quando poi ci si mette a dieta e si inizia a dimagrire, l’ipotalamo vede calare la leptina ed entra letteralmente in allarme.

Anche se durante la dieta si verifica uno stato di inappetenza dovuto alla chetosi, ciò non impedisce comunque al corpo di ridurre via via il dispendio energetico (tra i sintomi di questo ci sono la tendenza a soffrire il freddo o la mancanza di energia tipiche di molte diete) e ad assimilare il più possibile da quel poco che si mangia (stitichezza). Quando poi si esce dalla chetosi ci si ritrova alle prese con un appetito smodato e difficile da controllare, soprattutto in una situazione di abbondanza come quella in cui viviamo.

Va detto, per completezza, che il dimagrimento indotto dalla dieta agisce positivamente sulla sensibilità alla leptina e anche sull’infiammazione silente e sullo stress che ne sono alcune delle cause principali, ma se la dieta è sbilanciata questo effetto positivo è controbilanciato dai risvolti infiammatori della dieta stessa. Da qui la necessità di seguire con scrupolo le fasi di consolidamento previsto da molte regimi dimagranti.

L’alternativa è quella di puntare su regimi che mirano direttamente a ripristinare i corretti equilibri biochimici dell’organismo, in modo da metterlo in grado di curarsi da sé. Tra questi il più noto è la dieta zona, ideata dal biochimico Barry Sears proprio con lo scopo di vincere l’infiammazione silente e i suoi nefasti effetti sull’intero organismo. Si tratta in realtà di una dieta ipocalorica dove il controllo del peso è in parte da attribuire al fatto che si mangia con morigeratezza. Diversamente ci sono diete normocaloriche, dove si consumano dalle 1800 alle 3000 calorie al giorno, e che ottengono buoni risultati sul fronte del calo di peso proprio grazie all’azione dell’ipotalamo.  Tra queste la dieta Galland e la Dieta Gift.