Qui su Leonardo, parlo sempre più spesso di problemi di salute legati a fattori ambientali. Di intolleranze ed allergie, di reazioni del nostro organismo a tutto ciò che è nocivo e che ci circonda. Si tratta di problemi reali, allarmanti, che ci colpiscono da vicino. Milano è la città più inquinata d’Europa. Eppure il tema non sembra essere centrale per la politica, in piena campagna elettorale. Insomma, chi ci governa, che fa?

In mancanza quasi totale di assenza di punti dedicati all’ambiente (e quindi alla nostra salute) sui grandi media, mi sono incuriosita e sono andata a cercarmi e a leggermi i programmi elettorali dei partiti che dovremo votare alle prossime elezioni del febbraio 2013 per capire che cosa intendono fare se verranno eletti. Cos’ho scoperto? Leggete qui sotto, cominciando dal programma elettorale del Partito Democratico, così come lo stesso partito lo ha spiegato agli elettori in programma.

PARTITO DEMOCRATICO

Nel programma elettorale del Partito Democratico ci sono due voci di interesse sui temi ambientali: uno sullo sviluppo sostenibile e uno che riguarda i beni comuni. Vediamoli.

Sviluppo Sostenibile

Sviluppo sostenibile per noi vuol dire valorizzare la carta più importante che possiamo giocare nella globalizzazione, quella del saper fare italiano. Se una chance abbiamo, è quella di una Italia che sappia fare l’Italia. Da sempre la nostra forza è stata quella di trasformare con il gusto, la duttilità, la tecnica e la creatività, materie prime spesso acquistate all’estero. Il decennio appena trascorso è stato particolarmente pesante per il nostro sistema produttivo. L’ingresso nell’Euro e la fine della svalutazione competitiva hanno prodotto, con la concorrenza della rendita finanziaria, una caduta degli investimenti in innovazione tecnologica e nella capitalizzazione delle imprese, con l’aumento dell’esportazione di capitali. Anche in questo caso è tempo di cambiare spartito e ridare centralità alla produzione. Una politica industriale “integralmente ecologica” è la prima e più rilevante di queste scelte.

Noi immaginiamo un progetto-Paese che individui grandi aree d’investimento, di ricerca, di innovazione verso le quali orientare il sistema delle imprese, nell’industria, nell’agricoltura e nei servizi. La qualità e le tipicità, mobilità sostenibile, risparmio ed efficienza energetica, le tecnologie legate alla salute, alla cultura, all’arte, ai beni di valore storico e alla nostra tradizione, l’agenda digitale. Bisogna inoltre dare più forza e prospettiva alle nostre piccole e medie imprese aiutandole a collegarsi fra loro, a capitalizzarsi, ad accedere alla ricerca e alla internazionalizzazione.

Beni Comuni

Per noi salute, istruzione, sicurezza, ambiente, sono campi dove, in via di principio, non deve esserci il povero né il ricco. Perché sono beni indisponibili alla pura logica del mercato e dei profitti. Sono beni comuni di tutti e di ciascuno e definiscono il grado di civiltà e democrazia del Paese.
I referendum del 2011 hanno affermato il principio dell’acqua come bene non privatizzabile. L’energia, il patrimonio culturale e del paesaggio, le infrastrutture dello sviluppo sostenibile, la rete dei servizi di welfare e formazione, sono beni che devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo sulla qualità delle prestazioni.

Per tutto questo, introdurremo normative che definiscano i parametri della gestione pubblica o, in alternativa, i compiti delle autorità di controllo a tutela delle finalità pubbliche dei servizi. In ogni caso non può venir meno una responsabilità pubblica dei cicli e dei processi, che garantisca l’universalità di accesso e la sostenibilità nel lungo periodo.
La difesa dei beni comuni è la risposta che la politica deve a un bisogno di comunità che è tornato a manifestarsi anche tra noi. I referendum della primavera del 2011 ne sono stati un’espressione fondamentale. È tramontata l’idea che la privatizzazione e l’assenza di regole siano sempre e comunque la ricetta giusta. Non si tratta per questo di tornare al vecchio statalismo o a una diffidenza preventiva verso un mercato regolato. Il punto è affermare l’idea che questi beni riguardano il futuro dei nostri figli e chiedono pertanto una presa in carico da parte della comunità.

In questo disegno la maggiore razionalità e la valorizzazione del tessuto degli enti locali sono essenziali, non solo per la funzione regolativa che sono chiamati a svolgere, ma perché il presidio di democrazia, partecipazione e servizi che assicurano è in sé uno dei beni più preziosi per i cittadini. Superare le duplicazioni, riqualificare la spesa, devono perciò accompagnarsi a un nuovo e rigoroso investimento sul valore dell’autogoverno locale che, soprattutto nella crisi, non va visto, così come ha fatto la destra, come una specie di malattia, ma piuttosto come una possibile medicina.

A sua volta l’autogoverno locale deve offrire spazi e occasioni alla sussidiarietà, alle forme di partecipazione civica, ai protagonisti del privato sociale e del volontariato.

IL SUNTO

Da come si può facilmente vedere, quelli qui enunciati sono per lo più principi generali, ma non vi si trovano indicazioni precise su temi molto caldi e centrali per il dibattito ambientale, come ad esempio la posizione sul TAV della Val di Susa, oppure su che ne sarà del Ponte sullo Stretto di Messina.

E gli altri? Che promettono? Lo vedremo domani, e a seguire nei prossimi giorni, con i programmi degli altri partiti.