In più di due decenni di consumo, i prodotti Ogm coltivati come da tradizione non mostrerebbero sostanziali differenze per quanto riguarda i rischi per la salute umana, tanto meno per l’ambiente: questo quanto emerso da un nuovo e corposo rapporto redatto dalle National Academies of Science, Engineering and Medicine.

Secondo i ricercatori, infatti, non vi sarebbe alcuna evidenza sostanziale circa il fatto che prodotti geneticamente modificati possano causare danni alla salute degli umani o dell’ambiente: d’altro canto, però, secondo gli stessi sarebbe ancora troppo presto per trarre qualsiasi conclusione che sia positiva o negativa sulla questione che riguarda le nuove tecniche di ingegneria genetica (come la Crispr-Cas9).

Il rapporto di ben 388 pagine ha raccolto i pareri di 20 esperti circa quella che è diventata una delle questioni più discusse degli ultimi tempi, ovvero i benefici e i rischi delle piante geneticamente modificate: “noi vogliamo far capire chiaramente” ha spiegato un professore della North Carolina State University, nonché coordinatore dell’équipe Fred Gould, “che ogni generalizzazione in merito agli Ogm è errata”.

Nel nuovo rapporto sono state passate al dettaglio le prove scientifiche realizzate negli ultimi due decenni (tra cui 900 tra articoli e pubblicazioni, altrettanti commenti di esperti, conferenze e seminari sul tema) in modo da valutare ulteriormente i pro e i contro dei prodotti nati grazie alle nuove tecniche di ingegneria genetica e che si trovano attualmente in commercio specialmente negli Stati Uniti.

Nulla di nuovo, quindi, sul fronte delle piante Ogm e dei suoi effetti su persone e ambiente:secondo gli autori della ricerca, infatti, studi condotti su animali e ricerche sulla composizione chimica degli alimenti Ogm – e già sul mercato – non avrebbero rivelato differenze – una volta consumati – circa un presunto rischio più o meno alto rispetto agli alimenti definiti “normali” (e quindi non geneticamente modificati).

Ad oggi la maggior parte delle coltivazioni geneticamente modificate vedono soia, mais e ancora cotone e colza, il tutto per resistere soprattutto a erbicidi o insetti.

Le critiche circa questa indagine in fin dei conti “inconclusiva” ovviamente non si sono fatte attendere: Jim Thomas dell’Etc Group (il quale si occupa di monitorare la tecnologia e tutelare la biodiversità) ha infatti spiegato come per la sua organizzazione “il rapporto è inconsistente circa la questione di cruciale importanza che vede la regolazione o meno delle nuove tecniche di ingegneria genetica e biologia sintetica”. Secondo lo stesso, infatti “questa è la questione più urgente di fronte alla quale si trovano i legislatori, e questo rapporto non arriva a conclusioni logiche”.