Quando si fa una ricerca sul pet-coke sul web, è pressocché inevitabile imbattersi, prima o poi, nel nome di Saverio Di Blasi, presidente dell’associazione Aria Nuova onlus di Gela, attiva da anni nel denunciare l’inquinamento attribuito alla combustione del pet-coke nella centrale termoelettrica di Gela. La sua battaglia legale per chiedere l’adeguamento della struttura e una perizia della situazione sanitaria e ambientale della zona, inizia nel 1999 con una serie di denunce alla Procura della Repubblica per mancato rispetto delle leggi sulle emissioni in atmosfera.

LA STORIA DEGLI IMPIANTI DI PET-COKE A GELA
Ne segue, nel 2002, l’ordinanza di sequestro dei depositi di pet-coke non a norma, con la conseguente agitazione dei dipendenti del Petrolchimico che rischiavano, così, di perdere il lavoro. “Sequestro che è stato successivamente sanato con una legge ad hoc in danno della salute dei cittadini e legalizzando il nocivo rifiuto bruciato nelle obsolete caldaie”, spiega Saverio Di Blasi all’Adnkronos, aggiungendo che da quel momento in poi la battaglia degli ambientalisti gelesi si è scontrata contro un muro di gomma.
Stando a quanto denuncia Blasi “ogni tentativo di denunciare la gravità della situazione finisce per essere archiviato”. In compenso, il bilancio della sua attività comprende due licenziamenti (con relative riammissioni in servizio), e tre auto bruciate.

LA LOTTA DELLE ASSOCIAZIONI AMBIENTALISTE
In seguito al decreto del 2002, le associazioni ambientaliste hanno deciso di insistere e hanno inviato gli atti alla Corte di Giustizia che, a sua volta, ha rimesso gli atti alla Procura della Repubblica di Gela, “che ha avanzato richiesta di archiviazione, alla quale noi ci siamo opposti – aggiunge Di Blasi – il 14 novembre del 2005, il Gip del Tribunale di Gela fissava l’udienza preliminare per discutere delal gravissima problematica del pet-coke, ma da allora siamo rimasti ignari del procedimento in questione”.

CANCRO E TUMORI TRA LA POPOLAZIONE
A questo scopo, proprio in questi giorni le due associazioni hanno scritto al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Gela chiedendo “di conoscere lo stato del procedimento al fine di esercitare i relativi diritti”, si legga nella lettera. Nel frattempo, Di Blasi non si perde d’animo e continua a farsi portavoce di una “cittadinanza impaurita per l’alto tasso di cancro e tumori e di bambini che nascono con malformazioni. Non sappiamo più a chi rivolgerci perché i nostri diritti vengano tutelati. Noi – spiega all’Adnkronos – non chiediamo che il petrolchimico venga chiuso, ma chiediamo che le sue strutture obsolete vengano ammodernate per risolvere il problema”.

COLPA DEL PET-COKE?
A differenza di quanto accadeva anni fa, quando tutti si mobilitarono contro la chiusura dell’impianto, “oggi i cittadini sono stanchi e concordi nel condannare la struttura e l’inquinamento che deriva dalla combustione del pet-coke, ma ogni denuncia cade nel vuoto, la magistratura non fa che archiviare e né il comune né la provincia si sono mai costituiti parte civile. E la gente si sente sola”.