Le tracine, anche conosciute come pesce ragno, appartengono alla famiglia Trachinidae, che comprende un esiguo numero di specie diffuse nei nostri mari. Si tratta di pesci ossei la cui lunghezza, a seconda della specie, è compresa tra 14 e 50 cm. Questi abitano i fondali sabbiosi, preferibilmente entro i primi 30 metri di profondità, dove restano mimetizzati in attesa che una preda si avvicini. Tale comportamento li rende praticamente invisibili all’incauto bagnante, che può così venir punto dalle robuste e velenifere spine dorsali del pesce ragno.

In condizioni di riposo, tali spine restano abbassate, ma non appena il pesce si sente minacciato, o individua una possibile preda, queste assumono posizione erette. Le spine della prima pinna dorsale del pesce ragno variano da 5 a 7 e solitamente sono di colore scuro. A queste di aggiungono le due spine opercolari, anch’esse collegate a ghiandole velenifere.

Questo fa delle tracine, unitamente alle meduse, uno dei maggiori pericoli presenti nei nostri mari, soprattutto per i bambini. In seguito alla puntura il dolore è immediato e violento, inoltre nel mix velenifero sono presenti serotonina e istamina, responsabili della frequente reazione di panico che segue il contatto con gli aculei del pesce. Si crea così una situazione potenzialmente pericolosa, poiché la vittima è in evidente stato di agitazione e talvolta il dolore è talmente forte da impedire il nuoto.

Se si viene punti da un pesce ragno non sul bagnasciuga (come solitamente accade), ma mentre ci si trova in acque già più profonde, la prima cosa da insegnare ai bambini è dunque di chiedere aiuto a gran voce e farsi aiutare ad uscire dall’acqua. A differenza di quanto accade con le punture di medusa, il dolore causato dai pesce ragno di fatti non svanisce in pochi minuti, al contrario, si irradia e progredisce fino a coinvolgere l’intero arto. Il picco del dolore si riscontra dopo 20/50 minuti dalla puntura e può protrarsi fino 24/48 ore o addirittura, anche se via via più attenuato, per diversi giorni.

Nella zona colpita (solitamente la pianta del piede, poiché si calpesta inavvertitamente il pesce) si verifica dapprima  una ischemia da vasocostrizione, con conseguente pallore dell’area, quindi attorno alla ferita  si va creando un edema ed eritema. La buona notizia è che quello del pesce ragno è un veleno termolabile (si distrugge cioè alla temperatura di 50 gradi), quindi l’unico modo per alleviare il dolore è immergere immediatamente il piede in acqua bollente per almeno 30 minuti. Il calore annullerà così le tossine del pesce ragno. Solitamente in spiaggia non si dispone tuttavia di acqua calda, a meno che il personale non si più che veloce nel prestarvi assistenza. In alternativa, ma non con gli stessi risultati, potremo quindi applicare un fazzolettino pulito sulla zona colpita e appoggiare il piede sulla sabbia calda. Non immergere invece l’arto in acqua fredda o applicare ghiaccio, né tantomeno ammoniaca. Rivolgetevi invece al bagnino, che potrà verificare che non siano rimasti aculei conficcati nel piede, quindi successivamente al medico, che potrebbe decidere per cura antibiotica e procedere  con la profilassi antitetanica. Successivi impacchi di acqua calda possono rendere più tollerabile in dolore. Importante è inoltre mantenere la ferita pulita e protetta da cerotti.

E’ tuttavia consigliato il ricorso ad analgesici, davvero poco efficaci. Se non si riesce ad inattivare immediatamente il veleno con l’acqua calda, purtroppo non sarà più possibile attenuare il dolore da in alcun modo. A onor del vero, esiste un siero antiveleno, ma ad oggi è stato raramente sperimentato. Sarà dunque necessario portare pazienza e attendere che il dolore passi da solo nel giro di qualche giorno al massimo. La classica sintomatologia della puntura da pesce ragno comunque solitamente si esaurisce in un un forte e persistente dolore. Solo raramente si manifestano sintomi quali nausea, vomito e febbre. In persone particolarmente sensibili potrebbero tuttavia verificarsi crisi ipotensive, insufficienza respiratoria e, in rarissimi casi, shock anafilattico.