Abbiamo passato buona parte della nostra storia invischiati nelle false credenze maschiliste che gli uomini sono naturalmente superiori alle donne in quasi ogni campo – e, purtroppo, in troppi casi lo siamo ancora. Poi arrivò il femminismo e la dottrina di segno opposto secondo cui le differenze di genere sono tutte costrutti artificiali, e che in realtà uomini e donne sono programmati per essere assolutamente identici sotto ogni aspetto. Ora, forse, abbiamo raggiunto una maturità sufficiente per accettare il fatto che, stante l’intoccabilità dei pari diritti e delle pari opportunità in ogni ambito, tra maschi e femmine esistono effettivamente delle differenze di base. E una di queste si trova nello sport.

Secondo un nuovo studio pubblicato sulla rivista Evolutionary Behavioral Sciences, condotto dallo psicologo Robert Deaner della Grand State University del Michigan, lo sport continua ad attrarre più interesse e partecipazione nell’emisfero maschile che non in quello femminile. La spiegazione più comune e socialmente accettata è che le donne hanno meno tempo libero per dedicarsi allo sport, oppure che lo sport femminile sia generalmente meno organizzato rispetto a quello maschile. Ma se l’interesse innato per lo sport fosse davvero uguale tra i due generi, durante l’infanzia bambini e bambine dovrebbero dedicare allo sport fai-da-te (i giochi sportivi organizzati autonomamente, insomma) lo stesso tempo. E invece la proporzione è di dieci a uno in favore dei maschietti.

Un discorso simile si può fare per l’audience sportiva. Gli sport femminili attirano un numero di spettatori largamente inferiore a quelli maschili, e anche in quelli popolari – come il calcio femminile – sono gli uomini a costituire la fetta maggiore di pubblico. Addirittura, in Germania, se le donne che guardano il calcio maschile sono il 42% del totale, quelle che guardano il calcio femminile sono solo il 36%.

Gli scienziati hanno scoperto che buona parte del mistero risiede nel cosiddetto lek, una forma di corteggiamento rituale e corale osservato in natura in numerose specie di uccelli, insetti e anche pesci e mammiferi. I maschi delle specie interessate si raggruppano in un’area comune e lì danno sfoggio delle loro virtù fisiche (piumaggio, dimensioni, forza), a volte ingaggiando veri e propri duelli coi rivali. Gli altri membri stanno a guardare: i maschi osservano per monitorare le prestazioni dei rivali, le femmine per scegliere il partner più adatto alla riproduzione.

Un altro elemento importante è la relazione evidente tra sport e guerra. Molte attività atletiche primarie – correre, contrastare, lanciare oggetti (armi), guadagnare terreno, combattere – sono strettamente imparentate con analoghe attività utili in battaglia. E la guerra, si sa, è un fatto quasi interamente maschile presso qualunque società di qualunque periodo storico.

A questo proposito, è interessante quanto accade nella maratona, uno dei rari casi di sport in cui quasi tutti i partecipanti (spesso nell’ordine delle centinaia, se non migliaia o decine di migliaia) corrono per il gusto di correre, e solo una manciata di questi per vincere. I dati dicono che i maschi che chiudono la gara entro il 125% del tempo record sono il triplo rispetto alle donne: il che suggerisce che gli uomini, stimolati dal loro innato istinto competitivo, partecipano comunque per vincere, a differenza della loro controparte femminile.

La ricerca sostiene che nelle differenze di genere nel mondo dello sport intervengano prevalentemente fattori evoluzionistici, e non che questi convivano con altri elementi sociologici e perfino discriminatori. Di quest’ultimi, purtroppo, non ci siamo ancora liberati del tutto.