Quella del parto in acqua è una particolare metodologia sperimentata per la prima volta dal ginecologo russo Igor Charkovsky, quindi diffusasi in Francia ad opera di Michel Odent e diventata oggi una pratica eseguita in molte strutture ospedaliere europee.

Il primo parto in acqua in assoluto ebbe luogo in Francia, nel 1803, quando si decise di aiutare una partoriente, il cui travaglio si stava dimostrando lungo e difficile, facendola immergere in una vasca di acqua calda. Il primo a sostenere i benefici di tale pratica fu quindi Charkovsky, che nel corso degli anni ’60 condusse vari esperimenti sul tema. I suoi studi vennero poi ripresi e approfonditi negli anni ’70 dall’ostetrico francese Frederick Leboyer e dal più noto Michel Odent, che osservò una naturale inclinazione della donna incinta per l’acqua, al momento del parto. Per sentir parlare di medicina acquatica bisognerà tuttavia attendere gli anni Novanta, quando la tecnica comincia a diffondersi in Europa e, in particolare, negli Stati Uniti, raccogliendo grandi consensi.

Secondo l’American Academy of Pediatric, la sicurezza e l’efficacia del parto in acqua non sono tuttavia ancora dimostrabili e la pratica è da considerarsi “sperimentale”, quindi da eseguirsi dopo attenta documentazione e consenso dei genitori, nonché sotto il controllo di personale altamente specializzato.

La pratica comporta l’immersione della partoriente in una vasca in vetroresina da 2 metri per 1,5 e profonda 80 cm. L’acqua in essa contenuta viene mantenuta ad una temperatura costante di 37 C° e continuamente sostituita per garantire un perfetto stato di igiene. Il parto può essere effettuato in due modi differenti: è possibile restare immerse durante il periodo del travaglio, dando poi alla luce il piccolo fuori dalla vasca, oppure affrontare sia il travaglio che il parto all’interno della stessa. E’ inoltre possibile immergersi sia prima che abbia inizio il travaglio, sia al raggiungimento di 3 cm di dilatazione.

I tanto decantati quanto discussi benefici derivanti da tale pratica sono essenzialmente due: da una parte l’acqua calda attenua il senso di dolore provato dalla donna, dall’altra il bambino vivrebbe un evento meno traumatico, in quanto l’acuqa, molto simile al liquido presente nell’ambiente intrauterino in cui ha vissuto per nove mesi, garantirebbe un passaggio più graduale dal pancione al mondo esterno, evitando sbalzi termici.

In particolare, per quanto i benefici per la madre, si ritiene che l’effetto analgesico dell’acqua calda induca la produzione di endorfine e ossitocina, favorendo le contrazioni e rendendo il travaglio più breve e meno doloroso. I movimenti della partoriente risultano inoltre più dolci e agevoli, consentendole di assecondare le contrazioni, mentre l’azione miorilassante e distensiva dell’acqua calda agisce facilitando la discesa del nascituro attraverso il canale del parto. La dilatazione avverrebbe dunque in maniera più graduale, così come il numero delle spinte, permettendo di ridurre l’incidenza delle episiotomie (taglio vaginale).

Il parto in acqua è tuttavia controindicato in caso di ipertensione arteriosa e affezioni da Herpes, quando il bambino si presenta podalico, in parti gemellari, in presenza di anomalie della placenta, come anche nel caso in cui durante la gravidanza si siano presentate perdite ematiche o complicazioni varie. E’ inoltre fortemente sconsigliato in caso di parto prematuro o parto oltre termine, poiché tali circostanze potrebbero richiedere interventi d’emergenza. E’ anche doveroso ricordare che il parto in acqua esclude la possibilità di effettuare l’anestesia epidurale e che la pratica non è del tutto esente da rischi. Esiste infatti l’eventualità, se pur remota, che il bambino inali acqua e che si verifichino casi di embolia. Le problematiche più frequenti sono invece da attribuirsi ad infezioni, che possono causare complicazioni sia nella madre che nel neonato.