Parma si mobilita in difesa della Food Valley, il sistema di agricoltura di qualità che l’ha resa famosa nel mondo con i suoi prodotti genuini e d’eccellenza, minacciata dalla coltivazione estensiva destinata alla produzione di biomasse. Le aree interessate, dove sarebbero previste le future centrali a biomasse, sono quelle di Trecasali, San Secondo e Paradigna. Qui verrebbero bruciate cippato di legna, sorgo erbceo e scarti di macellazioni animali, che – dicono le associazioni – sono altamente inquinanti, sia per la salute umana che per le coltivazioni nelle campagne circostanti.

I rischi di questo tipo di centrale sono delineati da Giuliano Serioli, della Rete Ambiente Parma: il digestato infatti può essere composto da insilato di mais, con il pericolo che contenga clostridi, oppure da deiezioni animali, che quindi dovrebbe contenere alti contenuti di ammoniaca. Una concentrazione di queste sostanze in zone rurali potrebbe spandersi anche nei terreni circostanti, andando a pregiudicare coltivazioni e allevamenti coinvolti in produzioni Dop, come quelle del Parmigiano Reggiano.

Inoltre le spore potrebbero spargere facilmente nelle aree circostanti anche sostanze dannose per gli animali che vengono allevati.

Insomma, le centrali a biogas così come sono state pensate, dicono le associazioni, sono “ecomostri” che servono solo a rastrellare incentivi.

Non si tratta però di critiche distruttive: Serioli propone, al posto di questi impianti enormi che concentrano sostanze dannose per l’ambiente, degli impianti a misura di azienda, che impedirebbero che i nitrati dei liquami prodotti finiscano nelle falde, ed il cui riciclo darebbe degli incentivi all’azienda in termini di ricavo e di energia elettrica, in un sistema completamente sostenibile.