Il paracetamolo (N-acetil-para-amminofenolo) è un farmaco ad azione analgesica (ovvero in grado di alleviare il dolore) e antipiretica (efficace nell’abbassare la temperatura corporea durante gli stati febbrili).

L’efficacia analgesico-antipiretica del paracetamolo è simile a quella dell’acido acetilsalicilico, rispetto al quale mostra tuttavia il vantaggio di poter essere somministrato anche in pazienti con ulcera gastroduodenale e in presenza di disordini della coagulazione, in quanto, a differenza dell’aspirina ed altri FANS, non mostra effetti rilevanti sull’emostasi, come anche sulla funzionalità renale e sulla pressione sanguigna. Per la sua migliore tollerabilità, il paracetamolo risulta dunque il farmaco di prima scelta nel trattamento del dolore osteoarticolare, specie se su base degenerativa, con possibilità di ricorrere ai FANS solo in caso di mancata risposta o in presenza di patologie caratterizzate da forte componente infiammatoria.

Prodotti a base di paracetamolo sono comunemente prescritti come antipiretici nel trattamento sintomatico di affezioni febbrili quali influenza, malattie esantematiche e affezioni acute del tratto respiratorio. Come analgesico viene invece solitamente utilizzato in caso di cefalea, nevralgia, mialgia ed altre manifestazioni dolorose di media entità. Si sottolinea inoltre che si tratta dell’unico analgesico consentito durante la gravidanza.

L’azione del paracetamolo si manifesta entro 30 minuti dall’assunzione e ha una durata di 4/6 ore. Alle dosi terapeutiche riportate sul foglietto illustrativo e se assunto per bevi periodi, il farmaco generalmente non presenta effetti collaterali. E’ invece in grado di indurre tossicità epatica quando somministrato a dosi elevate o ad un intervallo di tempo inferiore alle 4-6 ore raccomandate.

In casi di forte sovradosaggio, gli effetti avversi riportati nella popolazione pediatrica includono: ipotono, iporeattività, danno epatico e renale, ipotermia, reazioni cutanee e vomito. In rarissimi casi sono state inoltre segnalate reazioni avverse gravi fra cui sindrome di Stevens-Jhonson e sindrome di Lyell. In generale, a seguito dell’assunzione di paracetamolo è possibile avvertire secchezza della bocca, spossatezza, nausea e reazioni cutanee.

In caso di fortissimo sovradosaggio (in genere dovuto a ingestione accidentale) il più grave effetto collaterale riscontrato è la necrosi epatica, con effetti potenzialmente fatali. In questi casi esiste tuttavia una sostanza (chiamata N-acetilcisteina) in grado di agire come antidoto all’intossicazione da paracetamolo se assunta entro 12 ore dall’ingestione.

I prodotti a base di paracetamolo sono infine controindicati in pazienti affetti da grave anemia emolitica, grave insufficienza epatocellulare e in caso di fenilchetonuria.