Nei ricordi di chi ha trascorso l’infanzia in campagna occuopano uno spazio rilevante i campi di frumento dorato che nei mesi di giugno e luglio si macchiavano di tinte infuocate: erano i papaveri, i cui petali vistosi venivano spesso utilizzati dai bambini per tingere le guance, mentre le capsule fresche erano piccoli timbri coi quali si imprimevano asterischi neri sul viso. Un altro gioco era quello di aprire i boccioli pelosetti per strarne i petali spiegazzati e che venivano poi ripiegati sullo stelo, lasciando scoperto l’ovario coi suoi numerosi stami neri: si creavano così delle graziose bamboline dalla veste scarlatta.

FIORE O ERBA DA MANGIARE?

Un tempo le contadine, all’inizio della primavera, insieme agli altri ortaggi selvatici di cui erano ricchi i campi, amavano cogliere anche le rosette fogliari di questa pianta che, lessata e condita, costituivano una buona verdura di contorno.

LE SPECIE DI PAPAVERO

Nel I secolo d.C. Plinio il Vecchio, nel descrivere il papavero, ne distingue le specie coltivate da quelle spontanee affermando che, mentre le prime hanno tutte dimensioni abbastanza grandi e la testa rotonda, le seconde sono più piccole ed hanno la testa allungata, però sono più efficaci dal punto di vista medicinale. Fra le molte altre notizie riportate nei libri XIX e XX della sua Storia Naturale, si trova anche che “il papavero migliore cresce in terreni aridi , dove piove di rado,” e che “quando si fanno bollire le sue teste (capsule) e le sue foglie si ottiene un succo molto più blando dell’oppio”.

Ai giorni nostri il papavero sta diventando abbastanza raro, a causa anche dei diserbanti selettivi, e sempre più raramente lo vediamo rosseggiare tra le spighe dorate e i bellissimi fiordalisi, sono inseparabili “conviventi”. Ora lo possiamo trovare confinato nei terreni incolti, ai margini dei viottoli di campagna o sulle scarpate delle ferrovie.

IL PAPAVERO SELVATICO CONTIENE OPPIO?

Pur appartenendo allo stesso genere del Papaver somniferum o da oppio, originario dell’Asia orientale e assai noto per i suoi principi attivi, il papavero selvatico non contiene dosi rilevanti di alcaloidi; tuttavia, per uso erboristico si esclude sempre il frutto, cioè la capsula acerba dalla quale, nelle specie somniferum, per mezzo di incisioni trasversali si ottiene un lattice bianco che, condensato, costituisce l’oppio.

L’AZIONE DEI PETALI DI PAPAVERO

I petali del rosolaccio esercitano un’azione simile a quella dell’oppio, anche se in misura molto inferiore. Un tempo le nostre nonne, con i petali fatti asciugare all’ombra, preparavano tisane sedative ed espettoranti per la tosse e il catarro bronchiale ed anche uno sciroppo scuro che somministravano la sera ai bambini troppo irrequieti. Tuttavia, nell’uso di questa pianta è necessario rispettare sempre scrupolosamente la posologia indicata, in quanto le dosi eccessive possono causare pericolose intossicazioni!

In effetti, le proprietà di questa umile pianta, considerata infestante e perciò non coltivata nei giardini (e pensare che una sola pianta potrebbe produrre in una stagione fino a 400 fiori!), Sono da ricercarsi proprio nell’azione sedativa, tossifuga, anti-catarrale, anti-spasmodica ed ipnotica.

INFUSI E ALTRI USI DEL PAPAVERO

L’infuso si ottiene mettendo circa 15 g di fiori essiccati (solo i petali) in 1 l di acqua bollente e lasciandoveli per circa un quarto d’ora. Si filtra poi il liquido, non si addolcisce e se ne bevono una tazza la sera prima di coricarsi o 2-3 tazze al giorno. I semi del papavero sonnifero si possono usare in cucina per confezionare dolci, pane, marmellate, gelatine eccetera… I semi tostati, spalmati sul pane, costituiscono un cibo prelibato.