L’olio di palma è un grasso vegetale saturo non idrogenato derivato dalla spremitura delle drupe di alcune varietà di palma, principalmente del genere Elaeis, dette appunto palme da olio. Esso è caratterizzato da alte percentuali di grassi saturi (50% e oltre) tra cui spicca l’acido palmitico. Al momento della spremitura, l’olio di palma contiene inoltre importanti percentuali di acido miristico, potenzialmente rischioso per la salute, ma in larga parte neutralizzato con il processo di lavorazione. Sono presenti in tale olio anche l’acido oleico (lo stesso dell’olio d’oliva), un monoinsaturo dagli effetti positivi per la salute e l’acido linoleico, un acido grasso essenziale, della serie omega-6, anch’esso con effetti benefici. Come gli altri oli vegetali, l’olio di palma contiene inoltre vitamine e antiossidanti, che tuttavia si perdono persi durante il processo che dall’olio integrale, di colore rossastro e vagamente profumato, porta al prodotto raffinato, trasparente e insapore, largamente utilizzato dall’industria alimentare.

Si tratta infatti di un grasso poco costoso, il cui contenuto di acido palmitico garantisce una certa solidità a temperatura ambiente. Tale caratteristica ne fa un perfetto sostituto di prodotti utilizzati in pasticceria e dall’industria alimentare, quali burro e margarina, decisamente più costosi. La messa al bando dei dannosi, ma versatili ed economici grassi vegetali idrogenati ha quindi creato terreno fertile per il rapido diffondersi dell’olio di palma, dai costi contenuti, ma tuttavia meno pericoloso dei così detti “grassi trans”. L’olio di palma, in questo senso, è perfetto per l’industria di prodotti a basso costo: è del tutto insapore, costa meno del burro o di altri oli vegetali (come olio d’oliva o di girasole) ed è eccellente per rendere le creme morbide. E’ di conseguenza molto frequente riscontrare la sua presenza in biscotti, prodotti da forno come crackers, pane confezionato, grissini e fette biscottate, ma anche dolci industriali, creme dolci spalmabili, gelati, patatine fritte e snack salati. Potremmo infatti dire che l’olio di palma è praticamente onnipresente nei prodotti confezionati e, cosa ben più grave, spesso celato dietro la dicitura “oli vegetali”.

Il reale problema circa il consumo di olio di palma è infatti la quantità: maggiore è l’apporto giornaliero di acidi grassi, tanto più alto diviene il rischio di lesioni aterosclerotiche e problematiche legate al sistema cardiocircolatorio. Una delle maggiori critiche rivolte al massiccio utilizzo di olio di palma nell’industria alimentare riguarda infatti il suo contenuto di acido palmitico, responsabile dell’innalzamento dei livelli di colesterolo nel sangue e della conseguente esposizione al rischio di coronopatia. E’ quindi indispensabile essere consapevoli della propria esposizione a tale sostanza e leggere attentamente le etichette dei prodotti che acquistiamo, senza lasciarci ingannare dalla dicitura generica di “oli vegetali” dietro alla quale, la maggior parte delle volte, si cela proprio l’olio di palma.

Una considerazione è tuttavia d’obbligo giunti a questo punto: negli ultimi anni l’olio di palma ha subito infatti una vera e propria opera di demonizzazione, tuttavia, pur trattandosi di grassi saturi, e quindi non salutari per l’organismo, l’olio di palma non dovrebbe essere demonizzato in quanto tale, ma messo esattamente sullo stesso piano di burro e strutto, i più comuni grassi saturi utilizzati in cucina. Si tratta infatti di alimenti da consumare con moderazione, senza oltrepassare la soglia del 10% sul totale delle calorie giornaliere; limite massimo valido per tutti i grassi saturi, sia di origine vegetale che animale, e non solo per l’olio di palma, poiché, di fatto, in entrambi i casi gli effetti negativi sull’organismo sono i medesimi.

Il problema sta dunque non nell’olio di palma in sé, ma dell’abuso perpetrato da una parte dalle aziende alimentari e, dall’altra, dai consumatori stessi, che non leggono abbastanza attentamente le etichette dei prodotti. In sostanza, il consumo di prodotti con olio di palma dovrebbe essere limitato al massimo a una porzione al giorno e, se possibile, non tutti i giorni. Questo significa che se a colazione abbiamo mangiato biscotti industriali contenenti olio di palma, avremo così esaurito la dose giornaliera consigliata e dovremo di conseguenza sostituire i successivi snack con frutta, yogurt o altri prodotti privi di grassi saturi.

A contribuire alla generale confusione circa l’opportunità o meno di utilizzare l’olio di palma, concorre poi un quadro scientifico non ancora ben delineato. Sono infatti costantemente in corso ricerche circa i possibili danni che tale olio potrebbe provocare sull’organismo, tuttavia i risultati sono spesso contrastanti, o ingigantiti dai media. In generale è comunque possibile affermare che:

  • l’olio di palma (e specialmente l’acido grasso saturo denominato acido palmitico) è causa dell’innalzamento dei livelli di colesterolo, ma esattamente come tutti gli altri grassi saturi;
  • le accuse di cancerogenicità non trovano ad oggi riscontro nella letteratura scientifica, al contrario è risaputo che l’obesità (spesso legata a un consumo eccessivo di grassi saturi) può essere correlata a un aumento nell’incidenza di alcuni tipi di cancro. Non è quindi l’olio di palma ad essere cancerogeno in sé, bensì il nostro abuso di certe tipologie di alimenti.

E’ dunque possibile concludere che un consumo occasionale di prodotti contenenti olio di palma non produce danni; al contrario, assumerne ogni giorno, magari più volte al giorno, potrebbe rappresentare un rischio per la salute di cuore e arterie. Pur senza demonizzare questo prodotto, possiamo comunque sostenere che la scelta di limitare il consumo di prodotti contenenti olio di palma significhi orientare in maniera più oculata le proprie abitudini d’acquisto, ma, e qui subentra la seconda grande critica all’olio di palma, non solo a beneficio della salute, bensì anche dell’ambiente.

La sua produzione è infatti causa di intensa deforestazione, della distruzione degli habitat naturali della fauna di luoghi come Indonesia, Malesia, Uganda e Costa d’Avorio (principali produttori) e della sottrazione di territori alle popolazioni native. E’ infatti innegabile che la coltivazione di palme da olio abbia comportato un massiccio abbattimento delle foreste tropicali per far spazio alle nuove piantagioni, oltre ad un innalzamento di gas serra nell’atmosfera e lo stravolgimento dell’assetto idrogeologico del territorio, mettendo contestualmente a rischio interi ecosistemi e la sopravvivenza di molte specie animali; tuttavia bisognerebbe anche chiedersi cosa succederebbe nel tentativo di spremere la stessa quantità d’olio da altre piante. Probabilmente la risposta è infatti che necessiteremmo di quantità di terre ancora maggiori, poiché la produttività delle palme da olio è già altissima (circa 5 volte maggiore rispetto alle arachidi e sette volte ai girasoli).

E’ giusto, dunque che l’olio di palma resti un “sorvegliato speciale”, ma attenzione a non demonizzare a priori questo prodotto, impegnandoci invece ad effettuare scelte di consumo ed alimentari maggiormente consapevoli.