Sarà stato il frutto di una notte d’afa, di qualche ora passata a rigirarmi nel letto senza soluzione, e di un’idea che mi ronzava per la testa e non mi lasciava in pace… risultato: occhi aperti nel buio pesto delle 4 di mattina, con il ronzio insopportabile del ventilatore a farmi compagnia, e i ricordi sbiaditi della pizza della sera prima con le amiche. Sono bastati alcuni interminabili minuti in quell’inferno di calore e di insonnia perché insorgesse la voglia di fuga alla ricerca di un po’ di frescura. Ho spento il ventilatore, ho aperto le griglie per lasciar passare un po’ d’aria in più, e sono uscita scalza in giardino. Appena varcata la soglia di casa, la cappa è svanita, lasciando il posto a una piacevole brezza mattutina. Mi sono seduta accanto al cane che pisolava godendosi il fresco, e ne ho ottenuto in cambio un’occhiata assonnata di leggera riprovazione, come a dire: “Su tornatene a letto…”

Abbiamo guardato insieme la luna, in silenzio. Cosa che difficilmente riesce con un altro umano.

Dopo tre quarti d’ora di contemplazione del cielo, plasmando man mano nella mia mente quell’idea fastidiosa che mi aveva levato il sonno la notte, di rientrare nella camera crematoria e cercare di riprendere sonno non se ne parlava proprio. Avevo bisogno di pensare in modo un po’ più lucido. E non c’è miglior modo di farlo mentre si cammina o si fatica fisicamente.

Così, ho prelevato al buio un paio di pantaloncini e una canotta, ho bevuto il mio bicchiere mattutino di acqua e limone (se non sai fare una cosa, imita chi la sa fare meglio di te), mangiato una pescanoce per placare i brontolii di stomaco, e dopo poco mi sono infilata le scarpe e sono uscita a correre. Erano le 5.20 di mattina.

Le strade deserte, la luce crepuscolare azzurrina che segna quel limbo tra notte e giorno. Dieci minuti per lasciarsi alle spalle le ultime case, e poi via via il passo si allunga sulle stradine sterrate di campagna che cingono i campi, con i loro filari d’alberi a mo’ di silenziose vedette. Scatto qualche fotografia senza fermarmi, e per mezz’ora dò tutto quello che ho, mentre il cielo si tinge leggermente di rosa, anche se l’alba è ancora lontana. Mentre le gambe prendono il volo, mi chiedo se sto sognando.

Non ci vuole molto perché, in lontananza, dietro ai filari, un lampo rischiari il cielo. Nuvole grigie in arrivo, ma sono lontane. Tutto lascia spazio alla fatica di metà percorso: costringo la mia mente ad arroccarsi a qualche pensiero esterno anziché su me stessa: distrarsi funziona. Attraverso – invisibile – i filari di granturco che ormai raggiungono la mia altezza, e mi distraggo qui e là saltellando in alto anziché in avanti per riuscire a guardare il paesaggio. Poi riprendo a rincorrere qualche pensiero piacevole, infine mi stabilizzo sulla mia idea da rielaborare, mentre ormai sono ricoperta di sudore. Stabilizzo il passo a una corsetta lenta, e procedo senza neanche accorgermene, persa a costruire la mia idea nel mio mondo parallelo. E’ in questi momenti grezzi che la mente funziona meglio.

Basta il rumore di una macchina solitaria in lontananza per riportarmi qualche secondo sulla terra. E’ lì che riesco a pensare: “Ecco, è in momenti come questi, quando non sai se cedere o continuare, che servirebbe il ‘buffetto della salvezza’, un gesto, un segno, un incitamento a continuare…“. Si dice “chiedi e ti sarà dato“: non finisco neanche di formulare per intero il mio desiderio che avverto qualche gocciolina di pioggia fresca sulla pelle. Guardo su, verso il cielo, ed ecco una piacevole doccia di gocce leggere e profumate rinfrescarmi il viso, le braccia, le gambe accaldate. Sorrido. Lontano, dietro le montagne nascoste dalla foschia all’orizzonte, spunta uno spicchio di sole. E’ l’alba, e non potrebbe essere uno spettacolo migliore. Allargo le braccia mentre continuo a correre lentamente, mi lascio assorbire dalla pioggia e dalla luce dorata che sta per inondare il mondo. Non è Africa, è Pianura Padana. Ed è un miracolo che si ripete ogni giorno.

Quando arrivo a casa, la stanchezza se n’è andata, sono solo molto felice. I cani mi corrono incontro. Giochiamo un po’ insieme, mi sciacquo, mi metto il costume, e vado ad immergermi in piscina prima di prepararmi un caffé. Una domenica come tante… o forse no. In inglese esiste una bellissima espressione per descrivere esperienze come questa: “Communing with Nature”. Che è un po’ fondersi con la natura, dimenticare di esistere per qualche istante, sparire, e avvertire di far parte di ciò che ci circonda. E’ la forma di meditazione più potente che esista. Ed è anche un po’ magia.