Sapere che il Mali, il secondo Paese più povero al mondo, è in guerra e in mezzo al fuoco incrociato dei militari europei e quelli dell’Est attribuiti ad Al quaeda, mi fa male. Ma la mia non è un’empatia a distanza, di quelle che si hanno nei confronti dei più sfortunati. Non è neanche una presa di principio (che pur c’è, poiché trovo che la guerra generi solo altra guerra)… il Mali è uno dei Paesi che ho avuto la fortuna di visitare, uno dei Paesi che più ho amato e che mi è rimasto nel cuore.

Era il 2008, in piena stagione delle piogge. Il Mali, Paese semi-desertico a sud del Sahara, era rigoglioso e verdeggiante. Viaggiavo in un gruppo di una quindicina di persone. Volevamo andare a vivere un po’ tra i Dogon, una popolazione che si era rifugiata ai tempi del colonialismo francese in un’area dell’outback protetto dalle falesie (altipiani rocciosi che creano vallate circoscritte dalle alture e dalla vegetazione lussureggiante). Laggiù i Dogon erano riusciti a mantenere e perpetrare la loro cultura ancestrale, una cultura fondata sul mito dell’acqua e degli animali come i coccodrilli, i serpenti, su sistemi temporali che seguono la rotazione delle stelle. Un sistema di vita, insomma, interamente basato sui cicli naturali, mantenuto grazie alla protezione delle falesie e al distaccamento dagli eventi del mondo. Un paradiso terrestre.

Il nostro viaggio cominciò a Bamako, la capitale del Mali. Strade di terra rossa piene di buche e orde di motorini che trasportano intere famiglie, incluse mucche, capre, polli, frutta e verdura e granaglie del mercato. Li guardavamo ondeggiare per le strade, sulle loro selle di pelo svolazzante (con il caldo la plastica della sella diventa troppo calda per sedercisi sopra), che si sbracciavano salutandoci… i tubabu, noi, i visi pallidi. Bamako era una grande festa. Vedi la gente nella miseria, donne che trasportano pesi impensabili in equilibrio perfetto sulla testa, la schiena dritta, il portamento elegante come se fossero a una cena di gran gala, magari anche con un paio di bambini appesi alla schiena in un marsupio, e sorridono. Puoi scorgere nei loro occhi la voglia di vivere, di entusiasmarsi, di socializzare, di vedere cose nuove. Quando ci penso, mi chiedo dove l’abbiamo persa, noi, quella voglia di vivere, con tutte le cose che abbiamo, gli agi che diamo per scontati.

Ma quello era solo l’inizio di un lungo viaggio. Ci sono state Djenné, la città di fango con la sua immensa cattedrale… i colori del mercato, il caldo da svenire, le fogne a cielo aperto e i sorrisi dei bambini che ti si appendevano alle braccia, dopo che avevano capito che non eri morto (il bianco è il colore dei cadaveri… e noi lo eravamo parecchio, anche se cotti dal sole impietoso). E poi le falesie, e la traversata verso la valle, e poi quel paradiso perduto che mi ha fatta innamorare del Mali. I Dogon e il loro mondo protetto, le loro leggende degli uomini volanti, le città dei morti e gli shamani, i campi di miglio, i bambini storpi, le tartarughe millenarie e i tori, i granai con il cappello da strega, le motorette che trasportano Coca-Cola, i pannelli solari che scaldano l’acqua fuori dalle capanne di fango, le foreste di tamarindo e i baobab.

E poi, via da lì, attraverso i canyon, diretti a nord, verso il Sahara. A Timbuctu, la porta del deserto. Le carovane di nomadi, un mondo perduto che lotta per non essere sepolto dalla sabbia, che a strati sottili si deposita sulle strade di pietra lastricata. Il formaggio di cammello, il profumo di pane appena cotto nei forni pubblici, gli occhi vivaci dei Tuareg del deserto e il rito del té alla menta nella tenda.

E ancora, la ridiscesa verso sud, verso Bamako, su una canoa, lungo il fiume Niger. Tra ippopotami e uccelli, tra nomadi e pastori, che vivono la piena in un mondo sospeso sull’acqua che riflette il cielo come uno specchio. Dormire sulle dune la notte, guardare spettacolari tramonti con il cielo in fiamme. Questo è il mio Mali.

La guerra, laggiù, è una bestemmia contro il creato.