Quando un neonato piange, il che accade piuttosto spesso, i genitori o chi si occupa di lui non dovrebbero mai scuoterlo. Chi lo fa rischia di generare nel neonato quella che è stata definita come Sindrome del bambino scosso (in ambito medico nota anche come trauma cranico da abuso), una patologia che rischia di apportare conseguenze molto gravi, fino alla morte del neonato stesso. La Sindrome del bambino scosso, come suggerisce il nome, è la diretta conseguenza che deriva dallo scuotimento piuttosto violento del piccolo ma spesso può essere provocata anche dal modo poco ortodosso con cui viene posato su una superficie (come il letto ad esempio). Episodi che sembrano difficili da immaginare ma che purtroppo avvengono eccome.

I sintomi che il neonato manifesta quando è affetto da questa sindrome vanno dal vomito alle convulsioni, da seri danni al sistema neurologico al coma e alla morte. Molto spesso gli effetti dello scuotimento subito non sono visibili a occhio nudo ed è per questo che i danni vengono accertati solo successivamente, oppure se si effettua immediatamente una risonanza magnetico oppure una TAC. Molte delle conseguenze possono apportare danni permanenti e condurre a disabilità sia fisica che psichica.

Secondo gli studiosi e gli esperti che si occupano anche di tale problematica, la difficoltà principale nel prevenire questo tipo di sindrome è che spesso coloro che si occupano del neonato non hanno consapevolezza in merito alle conseguenze che lo scuotimento del piccolo potrebbe causare. Chi si occupa di un neonato dovrebbe essere anche consapevole del fatto che quando il bambino piange – e piangere è uno dei pochissimi modi a sua disposizione per comunicare bisogni e necessità – vuol dire che sta richiedendo attenzioni per i più svariati motivi, che possono andare dalla semplice necessità di mangiare al più serio bisogno di ottenere assistenza se prova dolore o fastidi.

Per quanto riguarda l’Italia, non vi sono, attualmente dati certi in merito al fenomeno della Sindrome del bambino scosso ma si ipotizza che possano verificarsi tre casi ogni diecimila bambini sotto un anno di età. Ad essere più a rischio, pare, siano le famiglie monogenitoriali, quelle in cui la mamma ha un’età inferiore ai diciotto anni oppure un basso livello di istruzione ma anche quelle famiglie in cui vi siano membri in cui fanno uso di sostanze stupefacenti oppure di alcool.