Sono decadi che tutte le principali agenzie spaziali del mondo organizzano missioni spaziali e lanciano satelliti in orbita. Naturalmente, nessuno si è mai curato di andare a “pulire” laddove i rifiuti sono stati lasciati vagare attorno al nostro pianeta qualora non si siano distrutti. Ora, però (come era prevedibile), questi rifiuti spaziali cominciano ad intralciare la stessa attività delle agenzie: si stima che ad oggi siano 12mila gli oggetti lasciati come detriti nello spazio, ed ora i Paesi che hanno provocato questo inquinamento orbitale stanno cercando una soluzione per porvi rimedio – se non per la coscienza sporca, quantomeno per continuare a svolgere la loro attività senza incidenti causati dalla loro “monnezza”.

IL PERICOLO DEI RIFIUTI SPAZIALI

Il problema per le agenzie spaziali non è tanto causato dai rifiuti grandi, che sono monitorati e tenuti sotto controllo e dunque “previsti” in caso di lancio. La vera incognita è piuttosto rappresentata dai pezzi più piccoli che vagano nell’orbita terrestre, non rilevabili per le loro dimensioni e che sono paragonabili a proiettili vaganti, che viaggiano a 7-8 chilometri al secondo di velocità e – nel caso in cui colpissero accidentalmente un veicolo spaziale in missione – potrebbero tranquillamente perforarlo e causare danni serissimi. Non solo: i satelliti in disuso più grandi che circolano attorno alla terra, a causa della densità dei rifiiti che si è creata, finiscono spesso per scontrarsi tra loro, disintegrandosi in migliaia di parti piccolissime ed andando ad aumentare la pericolosità delle missioni.

IL RICICLO DEI RIFIUTI SPAZIALI

Naturalmente, le soluzioni che si prospettano sono molto costose (si pensa nell’ordine degli 84 milioni di dollari), ma la filosofia che regna è quella del riciclo, almeno per recuperare parti che possano essere ancora utilizzabili o impiegate in altri modi. E qui la fantasia si sbizzarrisce: gli svizzeri stanno progettando un satellite cattura satelliti, mentre scienziati indipendenti stanno studiando soluzioni avanzate. Un esempio? Eugene Levin, scienziato aero-spaziale, sta progettando un collettore elettrodinamico formato da un lunghissimo nastro di alluminio che funzionerebbe da calamita.

CHI PAGA?

Verrebbe da pensare che dovrebbero pagare tutti gli Stati che hanno contribuito a sporcare l’orbita terrestre, e dunque si va alla ricerca di un accordo internazionale in  questo senso. Ma in tempo di crisi sarà dura, anzi, durissima… nel frattempo la monnezza spaziale si prende la sua vendetta.