Crisi economica, tagli, blocchi del turnover: queste le cause che nel giro di cinque anni hanno ridotto ulteriormente il personale infermieristico italiano di 7500 professionisti, aumentando la forbice tra quanti lavorano oggi negli ospedali (270mila infermieri) a quelli che invece sarebbero necessari a ben 47mila unità. E se il rapporto tra medici e infermieri all’interno dei reparti dovrebbe essere di 1 a 3. in certe regioni, sempre quelle in piano di rientro, arriva anche a 1 a 2.

Quasi 50mila infermieri in meno di quelli che servirebbero a raggiungere un livello accettabile di assistenza sanitaria, insomma: è il grido di allarme dell’Ipasvi, la federazione dei Collegi degli infermieri che ha analizzato l’ultimo Conto annuale della Ragioneria dello stato basato sul 2014. Dei 7500 infermieri che hanno perso il posto di lavoro nell’ultimo quinquennio, ben 5400 operavano in Campania, Lazio e Calabria. E, come se non bastasse, chi continua a lavorare guadagna meno di prima: 70 euro di media in meno di cinque anni fa, e calcolando il potere d’acquisto la contrazione sarebbe addirittura del 25%.

Studi internazionali indicano che se i pazienti per infermiere scendono numericamente da 10 a 6, la mortalità si riduce del 20%“, scrive l’Ipasvi. “In Italia, invece, questo rapporto è mediamente di 12 pazienti per infermiere e se alcune Regioni, poche ce la fanno a scendere anche se di poco sotto i 10, ce ne sono altre, ancora tra quelle in piano di rientro che di più scontano il blocco del turn over e la carenza di personale, dove si arriva anche a 18 pazienti per infermiere“.

Dulcis in fundo, c’è anche la questione dell’età media: circa due infermieri su tre tra quelli impegnati negli ospedali italiani hanno più di 50 anni, non proprio l’ideale per un lavoro che richiede una notevole resistenza fisica. “Questi dati dovrebbero far ragionare sia il legislatore che le Regioni“, spiega Barbara Mangiacavalli, presidente della federazione, “la carenza è evidente, così come lo è la situazione difficile a livello generale, ma sicuramente  a rischio nelle Regioni in piano di rientro che rappresentano ormai a livello di popolazione oltre il 47% dei cittadini italiani“.