Spesso, quando stiamo male, non riusciamo immediatamente a risalire alla causa del nostro malore e attribuiamo i sintomi secondo criteri personali che ci riportano al nostro vissuto. Per natura, tendiamo anche spesso a semplificare o a non vedere concause o collegamenti sistemici, ed ecco perchè molto spesso non ci rendiamo conto di stare sviluppando un’intolleranza alimentare.

ALCUNI SINTOMI CHE INDICANO L’INTOLLERANZA ALIMENTARE

Questi sotto riportati sono sintomi e segni non specifici che, quando si presentano insieme, possono indicare la presenza di un’intolleranza alimentare:

  • ruvidità della pelle in soggetti sani
  • marezzatura della pelle (alterazione a chiazze del colorito cutaneo, cianosi) o livedo reticularis (quando cosce, ginocchia e braccia sembrano disegnate a reticolo, come quando si hanno problemi di circolazione)
  • presenza di arrossamenti della pelle che si presentano al semplice tocco
  • fenomeni infiammatori non dovuti a batteri (come cistiti recidivanti)
  • febbriciattola persistente
  • maggiore frequenza nel manifestarsi di sintomi allergici occasionali in soggetti che precedentemente non erano allergici

Man mano che questi sintomi si intensificano o diminuiscono si può valutare la progressione o la regressione verso l’intolleranza.

I TEST CLASSICI PER LA DIAGNOSI DI UN’INTOLLERANZA ALIMENTARE

Abbiamo visto precedentemente quali sono i test convenzionali per diagnosticare un’allergia alimentare e di come molti di questi test non siano adatti a identificare, invece, un’intolleranza alimentare. Quelli che si possono effettuare sono comunemente il COLAP e il SAFT.  Il COLAP viene effettuato come un Prick test, solo in colonscopia, applicando graffietti e sostanze allergeniche sulla mucosa interna del colon, che è particolarmente sensibile alle sostanze alimentari. Lo stesso principio viene applicato dal SAFT (skin application food test), che spesso viene denominato anche Atopy Patch Test.

Vi sono poi i test fondamentali per questo tipo di diagnostica, che sono i cosiddetti test di provocazione. Si tratta delle diete di eliminazione e scatenamento e del DPBCFC (test di carico in doppio cieco). Con la dieta di eliminazione si “pulisce” l’organismo e poi si reintroducono progressivamente gli alimenti temporaneamente sospesi, secondo una certa logica, per verificare se si ripresentano i sintomi. Senza entrare troppo nel dettaglio sul funzionamento di questi test, il grosso limite di queste diete e di test alimentari è che la durata è eccessiva affinché il paziente possa eseguirla correttamente e in modo costante. In definitiva, questo modo di procedere può portare alla frustrazione il paziente, che già da solo arriva a intuire quali siano gli alimenti che provocano le sue reazioni.

Vedremo prossimamente in che consistono i test non convenzionali per la diagnosi delle intolleranze alimentari.