Le carotidi sono importanti vasi posizionata ai lati del collo, il cui compito è quello di rifornire sangue  al cervello. Alimentazione scorretta, assunzione di farmaci, fumo, obesità, alcool e predisposizione genetica, possono tuttavia determinare un lento accumulo di residui di calcio o colesterolo sulle pareti dell’arteria carotide (placca ateromasica), causando l’indurimento ed il restringimento del vaso, con conseguente difficoltà di afflusso sanguigno al cervello ed elevato rischio trombotico. Lo scarso afflusso di sangue ossigenato, o il distaccamento di un frammento della placca, possono a loro volta essere causa di un attacco ischemico transitorio (TIA) o, ancora peggio, di un ictus cerebrale (anche detto Stroke).

Scopo dell’ intervento alla carotide è dunque quello di asportare la placca che restringe l’arteria, ripristinando così il corretto flusso sanguigno e prevenendo allo stesso tempo il  rischio di completa chiusura della carotide o di distacco di emboli che potrebbero causare ictus. Anche in assenza di manifesti episodi ischemici, in presenza di stenosi carotidea superiore al 60-70%, è dunque consigliabile intervenire chirurgicamente al fine di prevenire il verificarsi di severi episodi neurologici. L’intervento è invece raccomandato in pazienti, con stenosi carotidea compresa tra il 70 ed il 99%, che nei 6 mesi precedenti siano stati colpiti da TIA o ictus.

L’ intervento alla carotide (propriamente detto tromboendoarteriectomia carotidea o TEA) può essere eseguito in anestesia locale o generale. Il chirurgo praticherà un’incisione cutanea di circa 10 cm sul lato del collo, in modo da identificare l’arteria e la sua biforcazione in carotide esterna ed interna. Si procede quindi interrompendo temporaneamente il flusso sanguigno grazie alla collocazione di apposite pinze sull’arteria (clamp), in modo da permettere al chirurgo di aprirla e rimuovere l’ostruzione. E’ questa la parte più rischiosa dell’intervento, poiché il cervello potrebbe non ricevere sufficiente ossigeno. Se il chirurgo lo riterrà dunque necessario, è possibile che venga utilizzato uno shunt, ossia un tubicino di plastica in grado di garantire il regolare afflusso di sangue anche durante la chiusura della carotide. Una volta asportata la placca e ripulite con cura le pareti del vaso, l’arteria verrà richiusa mediante una sutura diretta o con l’utilizzo di una pezza di allargamento (patch) . Verrà infine ripristinato il normale flusso di sangue al cervello. Generalmente il paziente può fare ritorno a casa dopo 3/5 giorni dall’operazione. Gli sarà prescritta una terapia antiaggregante e un eco-doppler di controllo 3 e 6 mesi dall’intervento (in seguito una volta all’anno) così da verificare che l’arteria non tenda  nuovamente a restringersi (restenosi).

Le percentuali di rischio legate all’ intervento alla carotide sono generalmente basse (con una mortalità pari al 2% dei casi) e certamente inferiori se paragonate ai rischi correlati ad un ictus. Le principali complicazioni sono legate alla necessità di interrompere momentaneamente  il flusso di sangue al cervello. Esiste poi la remota possibilità (circa l’1%) che durante o subito dopo l’intervento si verifichino ischemia o infarto miocardico, specialmente in quei pazienti che oltre alla stenosi carotidea presentano anche stenosi coronarica. Tra le complicanze locali è poi da annoverare la paralisi dei nervi cranici (9%), mentre la percentuale di restenosi dell’arteria carotide è pari al 4% dei casi.

In alternativa all’intervento chirurgico è possibile trattare la stenosi carotidea mediante angioplastica (PTA), ossia dilatando il vaso per mezzo di un particolare “catetere a palloncino” che viene introdotto dall’arteria femorale. Tale manovra comporta tuttavia una possibilità maggiore di causare il distaccamento di frammenti dalla placca, che migrando verso il cervello potrebbero causare ischemia cerebrale. Nonostante l’utilizzo di appositi sistemi di protezione cerebrale, che hanno notevolmente ridotto l’incidenza di tali complicazioni, i rischi dell’angioplastica sono ancora ritenuti superiori a quella della chirurgia tradizionale. Per tale motivo, la procedura è consigliabile solo in caso di placche ritenute poco pericolose poiché molto compatte, oppure in caso di difficoltà anatomiche all’intervento tradizionale.