Secondo un rapporto dell’Ong Oxfam, l’industria alimentare, da sola, sarebbe colpevole di emettere oltre il 25 per cento di gas serra totale. Ma non solo: oltre ad essere responsabile di inquinamento, è anche il settore principalmente colpito dai cambiamenti climatici che i gas serra impongono al pianeta Terra. Se si prendono soltanto le coltivazioni di soia, riso, mais, grano e olio di palma, ad esempio, si scopre che produrre questi cinque prodotti comporta, ogni anni, un inquinamento pari a quello causato da più di millecento centrali a carbone.

L’inquinamento scatenato dai gas serra ha ovviamente provocato conseguenze sull’ambiente, facendo sì che negli ultimi trent’anni sia avvenuto un netto calo della produzione agricola, stimato tra l’1 e il 5 per cento. Senza contare il peso che ciò ha avuto sui prezzi delle materie prime. Tracciando un bilancio, si potrebbe dire che gli obiettivi di mitigazione e di adattamento al cambiamento climatico sono classificati a rischio alto mentre le crisi idriche si attestano attorno alla terza posizione.

Nonostante tutti i Paesi del mondo debbano continuare a fare sforzi affinché l’inquinamento e i gas serra non causino conseguenze irreversibili, sembra ormai impossibile tornare indietro da certe situazioni. Si stima che pur rispettando tutti gli accordi presi – come gli ultimi alla Conferenza sul clima di Parigi -, non si riuscirebbe a mantenere l’aumento delle temperature entro gli 1,5 gradi richiesti. Secondo il report di Ong Oxfam gli impegni dovrebbero essere assai più incisivi per tutti, soprattutto per quanto riguarda l’industria alimentare. Se questo non avverrà, sarà soprattutto l’industria alimentare stessa a subire le conseguenze peggiori, con pesanti ricadute a livello mondiale.

Quello che viene richiesto all’industria alimentare, in particolare, è di tagliare in modo significativo le emissioni nelle filiere di approvvigionamento delle materie prime agricole, di ridurre la deforestazione, di fare un uso maggiormente efficiente delle risorse idriche.