Si stima che in almeno due coppie su tre con problemi di infertilità l’uomo possa essere responsabile o corresponsabile dei fallimenti, ma la speranza di diventare padri anche nei casi più difficili e complessi non muore mai, soprattutto grazie alla microchirurgia. Secondo recenti studi, i casi più complicati sono le azoospermie, cioè quelli con documentata e costante assenza di spermatozoi nel liquido seminale. “Interessano circa il 10% dei maschi infertili, e sono dovute a cause ostruttive o, alquanto più spesso, non ostruttive”, precisa Giovanni Maria Colpi, uro-andrologo del Centro di Medicina della Riproduzione ProCrea di Lugano.

“Se nelle prime si possono talvolta ricanalizzare i dotti ostruiti recuperando una fertilità spontanea - prosegue Colpi - nelle seconde il problema è molto più complesso per via del grave danno testicolare: in questi casi una eventuale paternità dipende unicamente dalla possibilità di recuperare alcuni spermatozoi dal tessuto testicolare da usare poi per fecondazione in vitro”. L’esperienza accumulata in una delle massime casistiche internazionali ha portato ad un innalzamento delle percentuali di estrazione positiva, offrendo possibilità di paternità anche a soggetti azoospermici che erano stati altrove consigliati di rivolgersi direttamente alla adozione o alla inseminazione della partner con sperma di donatore (scopri qui come sconfiggere l’infertilità maschile con rimedi omeopatici).

“Gli spermatozoi recuperati chirurgicamente – spiega la il biologo Marco Dinipossono essere congelati e utilizzati in successivi cicli di fecondazione in vitro senza che siano sostanzialmente alterate le possibilità di successo”. Colpi continua: “Contrariamente ai diffusi preconcetti maschili, l’intervento risulta del tutto indolore, viene effettuato in day hospital e richiede un secondo giorno di riposo al domicilio con ripresa immediatamente successiva dell’attività lavorativa. Gli esiti chirurgici sono assolutamente ottimali, virtualmente privi di complicanze, con una cicatrice pressoché invisibile; a distanza di qualche mese, anche con un’ecografia è spesso impossibile identificare la zona operata”.

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