Una cucina che utilizza molto sodio costa “salato”, sia in termini di spesa per la salute (pubblica e privata) che in termini di buon funzionamento del nostro organismo. I numeri relativi agli Stati Uniti vi daranno forse un’idea di ciò di cui sto parlando: secondo l’Istituto di Medicina americano, infatti, sono ascrivibili all’eccessivo uso di sale 100mila morti l’anno nei soli Stati Uniti. Una cifra impressionante, che non accenna a diminuire da due anni a questa parte.

E’ anche per questo che la FDA (Food and Drug Administration) ha deciso da quest’anno di adottare nuove disposizioni per cercare di diminuire l’apporto di sale nella dieta degli americani, a cominciare dal dimezzamento delle porzioni di sale nei ristoranti e nel cibo impacchettato e take away.

La scelta, che potrebbe risultare agli occhi di molti drastica, è stata approvata dopo che il piano già esistente – che prevedeva una graduale diminuzione delle porzioni di sale – non ha funzionato affatto: la proporzionalità non solo non è stata rispettata, ma in assenza di regole precise, tutti hanno continuato a usare esattamente il sale come prima, se non di più.

Non solo: pare che il problema esista da pi di trent’anni: già nel 1978, infatti, il direttore del CSPI Michael F. Jacobsen aveva scritto una lettera al commissario dell’FDA Margaret Hamburg, per chiederle una regolamentazione delle quantità di sale nei cibi dei ristoranti, nei supermercati e nei fast food.

Come? Imponendo dei limiti di legge sulla quantità di sale che un determinato cibo deve contenere. E ponendo sanzioni alte per i trasgressori. Purtroppo, sappiamo com’è andata a finire. Ma in tempi di crisi forse i numeri potranno dissuadere gli americani a cambiare i loro stili di vita, e quei numeri sono quelli dei dollari sonanti che ogni anno si spendono in sanità per i decessi e le malattie causate dall’eccesso di sale nella dieta.