Secondo il Journal of the American Medical Association un eccessivo consumo di zuccheri aumenta il rischio di malattie cardiovascolari; non soltanto perché gli zuccheri causano l’obesità, ma anche perché aumentano la pressione, l’accumulo di grasso nel fegato e le alterazioni dei lipidi e dei marcatori dell’infiammazione nel sangue. Sotto accusa sono i cibi industriali e le bibite zuccherate: se non si bevono con moderazione, fanno male alla salute: «Non bisogna però esagerare con i timori: il consumo di bibite zuccherate in Italia è più ragionevole rispetto a quanto accade in America, dove è stato condotto lo studio – interviene Giuseppe Fatati, presidente della Fondazione ADI-Associazione italiana di dietetica e nutrizione clinica – e non bisogna demonizzare neppure i dolci, a meno di non avere problemi metabolici, come il diabete. Basterebbe spostare l’attenzione dalla quantità alla qualità: porzioni piccole di prodotti preparati in casa o di alta qualità possono essere introdotte nell’ambito di un’alimentazione equilibrata. Il vero pericolo sono i dolciumi a basso costo, in cui, per aumentare la gradevolezza, vengono aggiunti troppi grassi saturi e zuccheri».

Secondo il parere di molti, il vero colpevole degli effetti negativi dello zucchero sarebbe il fruttosio: viene usato come dolcificante per i prodotti industriali, associato al glucosio nel normale zucchero da cucina oppure nello sciroppo di mais ad alto contenuto di fruttosio. Viene metabolizzato dal fegato e se ne si abusa, tramite cibi industriali o zuccheri, può facilmente essere convertito in grassi, molto più del glucosio; inoltre, si trasforma in energia e produce più radicali liberi, richiedendo una dose aggiuntiva di antiossidanti per venire neutralizzato. Infine, in grandi quantità fa salire i trigliceridi.

Il dibattito, tuttavia, è ancora aperto«Non è certo che il fruttosio sia la causa più importante dello sviluppo di obesità o malattie metaboliche e cardiovascolari. Certo, trattandosi di un nutriente non indispensabile, non eccedere è comunque una raccomandazione ragionevole».

A cura di Jessica Di Giacomo

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