L’arancio amaro (Citrus bigaradia Loisel), detto anche arancio forte o melangolo, è un alberello dalla folta chioma appartenente alla famiglia delle Rutacee, che può raggiungere l’altezza di 6 metri. Si riconosce per la corteccia nerastra e per il legno durissimo, le foglie sempreverdi dalla forma lanceolata e i fiori bianchi, profumatissimi. I frutti dell’arancio amaro sono più piccoli di quelli dell’arancio comune, hanno la superficie più rugosa, un colore più intenso e spicchi poco succosi e dal sapore amaro. Tra le curiosità di questo frutto esotico (non tutti sanno che arriva dall’India) c’è anche il fatto che venga considerato il “frutto preferito dell’elefante”. Vediamo perché…

ARANCIO AMARO: I FONDAMENTALI

L’arancio amaro è originario dell’India, ma viene coltivato nelle regioni mediterranee, soprattutto nella Spagna meridionale, in Francia, nei dintorni di Cannes, e in Sicilia. Essendo resistente alle intemperie viene usato come porta innesto per altre varietà di agrumi.  Si riproduce per seme. Dell’arancio amaro si utilizzano le foglie, i fiori e le scorze dei frutti. Le foglie si raccolgono tutto l’anno, i fiori in aprile-maggio, i frutti in inverno. Non ha uso alimentare se non nella preparazione dei liquori e quindi se ne utilizzano i prodotti derivati reperibili in commercio.

UN FRUTTO ESOTICO

Pensando ai succosi frutti dell’arancio, ci vengono subito in mente le assolate pianure siciliane, ma non bisogna dimenticare che questa pianta è stata importata nel nostro paese soltanto in epoche relativamente recenti. Sebbene infatti alcuni affreschi rinvenuti a Pompei ed Ercolano riproducano frutti che assomigliano molto alle arance, alcuni autori continuano a sostenere che i greci e i romani non conoscevano gli agrumi. Ammesso tuttavia che nell’antica Roma le arance fossero note come frutto esotico e raro, reperirle significava affrontare lunghi viaggi. Fu infatti soltanto dopo le conquiste arabe dell’alto medioevo che gli aranci cominciarono a essere coltivati nell’area occidentale del Mediterraneo.

IL FRUTTO PREFERITO DELL’ELEFANTE

Anche il nome dell’arancio testimonia quest’origine orientale: esso, infatti, non deriva dal greco o dal latino -  come invece avviene per la grande maggioranza di erbe e piante che crescono nel nostro paese -  ma dall’arabo narang, a sua volta derivante, a quanto pare, dal sanscrito naranjia, che letteralmente significa “frutto preferito dall’elefante”.

UN PREZIOSO RIMEDIO CURATIVO

Mentre in cucina siamo abituati ad apprezzare soprattutto la varietà Citrus vulgaris dell’arancio (facilmente riconoscibile dal frutto dolce e succoso), in erboristeria e in cosmesi la varietà più usata è da sempre quella dell’arancio amaro, più adatto per la preparazione di distillati e altri prodotti specifici. A partire dall’anno 1000, l’arancio inizia infatti essere apprezzato e gustato nel mondo occidentale, dove trovò subito un largo impiego anche come rimedio curativo: le scorze, dopo essere state seccate, venivano usate in preparati per la cura dello scorbuto; dalla polpa si ottenevano invece cataplasmi da applicare alle ferite. L’essenza aromatica dell’arancio estratta dei fiori, inoltre, venne presto largamente utilizzata nella produzione di liquori e profumi. Per quanto riguarda invece le tradizioni legate a questo frutto, non va dimenticato che in passato in Sicilia furono attribuite all’arancio proprietà magiche e soprannaturali.