Carni, vino, pesce… ma anche prodotti meno pregiati come yogurt, pomodori e patate viaggiano come e più degli uomini che se ne nutrono. Certo, nessuno vi dirà mai quanti chilometri percorre il cibo che acquistate… Se i prodotti tipici mostrano con orgoglio la loro provenienza, per il resto del cibo l’etichetta non mostra sempre in modo chiaro e visibile l’origine del prodotto… E se per i prodotti fuori stagione si può sospettare che abbia percorso mezzo mondo prima di raggiungere la nostra tavola (pensiamo alle fragole a dicembre o ad ananas, banane, frutta esotica varia) – il prezzo in tal caso è un buon indicatore -, meno lo si può sospettare di prodotti che normalmente sono disponibili in larga quantità in Italia ma che italiani non sono. E così magari nella fretta ci si ritrova a mettere nel carrello una scatola di pelati cinesi, di miele peruviano o di fagiolini cinesi…

QUANDO LA FRUTTA E LA VERDURA INQUINANO

Qual’è il problema? Il problema non è (sempre) la qualità di questi prodotti, ma il semplice fatto che per viaggiare anche la frutta e la verdura inquinano. E proprio perché la dimensione del fenomeno resta in buona parte nascosta, i danni ecologici causati da questa logistica commerciale non sono facilmente calcolabili.

IL CONCETTO DI FOOD MILES

Nel 1992 il professore Tim Lang, della City University di Londra, ha messo a punto un modo per calcolare il consumo di carburante nascosto dietro una cassetta di frutta o di verdura: è così che nasce il concetto di “food miles“, cioè di miglia percorse dal cibo.

Lang ha tentato di calcolare con un algoritmo la quantità di anidride carbonica prodotta da frutta e verdura esotica per arrivare sulle tavole dei cittadini europei, tenendo conto della lunghezza del viaggio aereo (o via nave), delle quantità trasportate, del costo del viaggio, delle emissioni inquinanti del mezzo, dell’imballaggio e della separazione degli scarti (perché il cibo deve essere imballato per affrontare il viaggio e poi venduto).

Risulterà così che una confezione di pere che ha viaggiato 9mila chilometri prima di essere mangiato da noi, ad esempio, costerà al consumatore 2 euro al chilo e all’ambiente 5kg di Co2.

IL CIBO A CHILOMETRI ZERO

E’ proprio da qui che nasce il concetto di cibo a chilometri zero: il concetto di food miles, nato quasi per gioco, ha svelato il paradosso di produrre e consumare nei tempi moderni. Compriamo pere sudamericane quando magari, a pochi chilometri da casa nostra, c’è un produttore di pere che non riesce a piazzarle sul mercato perché le vende a qualche centesimo in più rispetto alla concorrenza. Ma non si tratta solo di una questione di prezzo, di economia, e di salute ambientale. Alla fine, che cosa mangiamo? Che sapore avrà della frutta che viene colta semi-acerba, stoccata, refrigerata, trasportata da un acontinente all’altro?

Alla fine, per risparmiare pochi centesimi sulla spesa, ci ritroviamo a mangiare cibo di qualità molto bassa, ad inquinare l’ambiente in cui viviamo, e ad alimentare un modello economico basato sul profitto di soggetti lontani, facendo morire la nostra economia locale.

Ecco perché esplorare il territorio in cui si vive e comprare “a chilometri zero” non è solo una scelta di qualità della vita, ma anche una scelta responsabile e lungimirante. Un consiglio spassionato? Se volete sapere che sapore (e che aspetto) ha una vera banana africana, un kiwi tropicale o un ananas… andateci voi. Scoprirete che ciò che mangiamo è molto molto diverso da come pensiamo che sia.