Non si placa la paura dei batteri resistenti agli antibiotici, anche perché se ne continuano a scoprire di nuovi. L’ultimo di questi microrganismi è stato isolato presso il laboratorio di microbiologia clinica dell’ospedale fiorentino di Careggi: si tratta di un ceppo del batterio Klebsiella pneumoniae resistente alla colistina, un antibiotico tra i più importanti per combattere un certo tipo di infezioni, tra cui quelle polmonari. A darne l’allarme è stata l’Associazione microbiologi clinici italiani, che lo ha definito “una grave minaccia per la salute“.

La variante genetica identificata“, ha spiegato Gian Maria Rossolini, direttore del laboratorio del Careggi, “è particolarmente allarmante perché il clone del batterio Klebsiella pneumoniae è resistenti ad antibiotici ad ampio raggio sia in Italia che altrove, e può provocare polmonite batterica. Il ceppo era di origine clinica, da un paziente che non era mai stato trattato con colistina”, ha concluso Rossolini, “e il gene mcr-2 è risultato facilmente trasferibile per coniugazione”. 

I risultati a cui sono pervenuti i colleghi del laboratorio del Careggi“, ha commentato Pierangelo Clerici, presidente dell’Amcli e direttore dell’unità operativa Microbiologia A.S.S.T. Ovest Milanese, “vanno a confermare che il fenomeno della farmaco-resistenza batterica negli ospedali avanza inesorabilmente e che è necessario porre in atto tutte le azioni possibili per cercare di contrastarlo”. Giova ricordare che nel novembre 2015, in occasione della World Antibiotics Awareness Weak, l’Italia ha ricevuto la ben poco ambita palma di paese con il più alto numero di batteri resistenti agli antibiotici presenti nelle strutture ospedaliere. Una delle ragioni che hanno condotto a questo stato di cose è l’abuso di antibiotici, problema fin troppo radicato nel nostro paese.

Quella della farmaco-resistenza batterica è considerata una delle peggiori minacce a livello globale dei prossimi decenni. Secondo un rapporto del 2015 della Società europea di microbiologia, questo genere di batteri potrebbero costare un milione di morti all’anno nella sola Unione Europea entro il 2025, numero che potrebbe superare i 10 milioni nel 2050.