La fecondazione in vitro (FIVET) è una tecnica di procreazione assistita che permette di fecondare l’ovulo in laboratorio, procedendo successivamente al trasferimento dell’embrione così ottenuto nell’utero della madre.

Benché le complicazioni legate alla procreazione medicalmente assistita possano essere considerate rare, come ogni procedura medico-chirurgica, anche la fecondazione in vitro non è completamente esente da rischi.

La somministrazione di ormoni può infatti comportare effetti collaterali quali aumento ponderale, mal di testa, vertigini, nausea, vomito e dolori addominali. Possono inoltre verificarsi reazioni localizzate quali bruciore, irritazione e arrossamento nella zona dell’iniezione ed è raro, ma pur sempre possibile, che si scateni una risposta allergica, con conseguenti problemi circolatori e il rischio di trombi. Il maggior pericolo legato all’uso di ormoni, e in particolare delle gonadotropine (finalizzate a stimolare lo sviluppo follicolare), è tuttavia costituito dalla sindrome da iperstimolazione ovarica. Se i follicoli si sviluppano in numero eccessivo, le ovaie vanno infatti incontro ad ingrossamento, scatenando una reazione a catena dagli effetti molto pericolosi, con accumulo di liquidi nella cavità addominale e conseguenti possibili complicazioni respiratorie, cardiache, epatiche e renali, che se non trattate possono risultare fatali. Fortunatamente, nella gran parte dei casi, l’insorgenza della sindrome è facilmente identificabile ed è possibile intervenire prima che la situazione si aggravi. Si stima infatti che solo nell’1% dei casi la sindrome sia ad un tal grado di avanzamento da richiedere il ricovero ospedaliero. Ancora aperto, infine, il dibattito sulla responsabilità della stimolazione ovarica richiesta dalla FIVET  nell’insorgenza di cancro alle ovaie.

Un altro pericolo accertato relativo alla fecondazione in vitro è invece quello di possibili complicanze chirurgiche. Il prelievo degli ovociti per via transvaginale può infatti comportare lesioni alla vescica, all’intestino, ai vasi sanguigni e/o  infezioni di vario grado. Senza contare le possibili reazioni avverse che possono essere scatenate dall’anestesia. Grazie agli incredibili progressi medici compiuti negli ultimi 40 anni (era il 1978 quando nacque Louise Brown, primo essere umano concepito con questa tecnica) è stato tuttavia possibile ridurre al minimo le possibilità di complicazioni gravi, tanto da riguardare oggi un intervento su mille (lo 0,1% dei casi).

E’ infine necessario sottolineare che nelle donne che si sottopongono alla fecondazione in vitro si registra un aumento delle gravidanze ectopiche, ovvero con impianto dell’embrione al di fuori dell’utero (con un’incidenza del 3% contro l’1% della fecondazione naturale). Non è ancora chiaro il motivo per cui ciò si verifichi, tuttavia la possibilità di una gravidanza extrauterina rappresenta un pericolo da nono sottovalutare, tanto che la maggior parte di queste necessitano di un’interruzione medica.