A un primo sguardo, la proposta delle Regioni di rendere rimborsabili solo i farmaci meno costosi, la cosiddetta “asta per farmaci terapeuticamente equivalenti”, sembrerebbe una mossa saggia per contenere la spesa pubblica senza incidere sulla salute dei pazienti. Tuttavia, secondo la Federazione italiana dei medici di famiglia, la Fimmg, le cose starebbero diversamente: “terapeuticamente equivalenti”, infatti, non significa uguali. “Si tratta di medicinali che possono contenere principi attivi diversi“, commenta Giacomo Milillo, segretario nazionale della Fimmg, “farmaci diversi, terapie diverse, storie diverse“.

La Fimmg ha stimato in circa 2700 le specialità farmaceutiche che saranno interessate dall’operazione, di cui 1.700 a uso ospedaliero, dove la spesa sta sfiorando i 1,6 miliardi di euro, ma non è escluso che l’asta possa riguardare tutti i farmaci mutuabili. In ogni caso, già così sarebbero circa 1.500 i farmaci rimborsabili che cesserebbero di esserlo. I pazienti, peraltro, “si troverebbero a cambiare di anno in anno terapia, a seconda di chi vince l’asta regionale“, continua Milillo. In linea teorica, il 20% di ogni categoria di farmaco non dovrebbe finire all’asta, tanto per consentire al medico un minimo di libertà di scelta al momento della prescrizione, ma secondo Milillo si tratterebbe di un contentino insufficiente, anche perché “dovremmo motivare per iscritto perché si richiede la somministrazione di un farmaco non acquistato dalla Regione, rischiando sanzioni e richiami“.

La stretta è stata confermata anche dall’Agenzia italiana del farmaco lo scorso 31 marzo, che tuttavia settimana scorsa ha sospeso l’operazione per 90 giorni, per meglio analizzare “le possibili criticità avanzate ai vertici dell’Agenzia da più parti“. Ma le Regioni sembrano non aver intenzione di mollare la presa, vista la prospettiva di sistemare il bilancio della spesa farmaceutica in un’unica soluzione. Tra le categorie di farmaci più a rischio rientrano quelli atti a curare l’ipertensione e la depressione. “Una norma inaccettabile, che toglie qualsiasi autonomia prescrittiva ai medici e tratta i pazienti come un gregge“, conclude amaramente Milillo. “Proprio mentre la ricerca scientifica punta verso terapie sempre più personalizzate“.