Sugli studi non si discute. Negli ultimi anni, ma anche in quelli precedenti, se ne sono letti tantissimi. Facebook e i social network favoriscono l’insorgenza di forme di depressione. Facebook e i social network conducono a piccole e grandi invidie quotidiane. Addirittura, Facebook e i social network sono come la cocaina. Cioè ci procurano una dipendenza paragonabile a quella che manifestano persone che fanno un uso abituale di droghe pesanti. Lo sostiene per esempio una delle indagini più recenti, pubblicata su Psychological Reports: Disability and Trauma e firmata dalla California State University.

Dunque la piattaforma Mark Zuckerberg ci fa male? Il punto centrale del dibattito, sempre più vivo e in parte scivoloso, ruota intorno al concetto di ecosistema, d’altronde ben chiaro al fondatore e ai suoi. In fondo Facebook ha appena compiuto 12 anni e, come ha dimostrato lo stesso grande capo all’ultima conferenza per gli sviluppatori di San Francisco, il percorso è ancora lunghissimo. Eppure 12 anni – ma il fenomeno di massa è attribuibile agli ultimi cinque – sono un periodo minimo se paragonato al modo, profondissimo, in cui la piattaforma ha modificato le nostre relazioni sociali.

In altre parole, è più probabile che siamo noi stessi a procurarci quelle sensazioni o addirittura quegli effetti collaterali che toccano la salute, piuttosto che Facebook in se. Qualche esempio? La nostra incapacità di gestire la privacy su queste piattaforme, la nostra incoerenza nell’organizzazione del “parco amici”, chiamiamolo così, di Facebook, la pervasività con cui concediamo a queste piattaforme di interrompere il nostro flusso di vita quotidiano. Basti pensare a quel drammatico (per voi e per chi vi sta di fronte, s’intende) fenomeno che è il phubbing. Cioè l’atteggiamento di trascurare la persona o la compagnia con cui si è impegnati in una qualsiasi situazione sociale per controllare compulsivamente lo smartphone. Anzi, il più delle volte solo quella manciata di applicazioni che ruota intorno alla nostra esistenza social.

Insomma, il fatto è che la consapevolezza individuale, per quanto accentuata, in questo caso si allontana da un percorso di tipo antropologico. Anche se ci riteniamo finissimi esperti dei social network, nella realtà dei fatti non abbiamo ancora imparato a viverli e viverci come si deve. Visto, per inciso, che quelle stesse risorse continuano a cambiarcele sotto gli occhi, modificando possibilità di relazione sociale e innescando nuove dinamiche.

Un buon esempio, uscendo (solo formalmente, visto che rimaniamo in famiglia) da Facebook è stata l’introduzione della doppia spunta blu su WhatsApp alla fine del 2014. Pensate a come una piccola modifica di tipo poco più che estetico abbia influenzato i nostri rapporti, le mentalizzazioni come le chiamano gli psicologi del linguaggio, cioè i famosi processi per il quale “io so che tu sai che io so…”. WhatsApp è una piattaforma lenta, rispetto alla baraonda di novità che Facebook ci riversa addosso ogni giorno, spesso giocando senza pietà con i nostri sentimenti.

Sempre un paio d’anni fa, infatti, fece molto discutere un esperimento del Data science team di Menlo Park, svolto insieme alla University of California e alla Cornell, dal quale si scoprì come riducendo artificialmente i termini e i contenuti positivi o negativi gli “amici” reagiscono nello stesso modo. Allineandosi ai sentimenti prevalenti nella propria cerchia. Questo significa che ogni nostra convinzione sulle competenze, pure importante, rischia di scontrarsi con questo intricatissimo ecosistema nel quale siamo costretti a muoversi. Anche perché non siamo in grado di mettercene a dieta.

Il secondo punto è esattamente questo. La dipendenza. Ma non è una dipendenza paragonabile alle sostanze. Ricorda più la necessità del gruppo tipicamente adolescenziale – e non è un caso che queste piattaforme siano fiorite proprio nell’epoca dell’adolescenza allungata.

Se riducessimo la nostra frequentazione di uno steccato digitale che fra l’altro punta sempre più a proporcisi come sinonimo di internet, cioè ad assolutizzare la rete, anche quegli effetti collaterali svanirebbero. In mezzo c’è però la Fear of missing out, cioè una sindrome consistente nella paura di rimanere tagliati fuori dal pezzo, da ciò di cui si discute, dagli aggiornamenti continui.

È che Zuck c’ha fregato tutti: abbiamo sbilanciato le nostre reti amicali delocalizzando i sentimenti, affidandoli a una piattaforma che li gestisce per noi. Ci ricorda i compleanni, ci suggerisce i ricordi togliendoci perfino il problema di memorizzarli, ci sottopone i contenuti che più c’interessano (così dice) in base alle nostre reazioni (sollecitate di continuo). Ormai non tutto ma molto, moltissimo di ciò che sostanzia la nostra vita transita da lì. E tornare indietro sarà sempre più complicato. Perché, con i bilanci trimestrali da record che sforna (l’ultima, diffusa ieri, parla di un fatturato da 5,3 miliardi di dollari, +52% anno su anno e +195% sul trimestre precedente) Facebook non ci lascerà scappare tanto facilmente.

L’altro giorno il capo di uno dei più grandi network di distribuzione cinematografica statunitense, Adam Aron degli Amc Theatres, ha rivelato di pensare a delle sale riservate ai Millennials e in generale a chi non riesca a fare a meno di controllare i social network durante la visione dei film: “Quando dici a 22enne di spegnere il telefono per non disturbare il film, lui riceve un altro tipo di messaggio – ha spiegato Aron - qualcosa tipo ‘per favore tagliati il braccio sinistro all’altezza del gomito’”.

Questo il dato finale: per il momento (storico) siamo incastrati in un cul-de-sac per il quale abbiamo affidato una parte preponderante della nostra socialità a un ristretto numero di piattaforme digitali. A questi inediti ecosistemi paghiamo tuttavia un prezzo altissimo in termini di comprensione di ciò che ci circonda, spesso biasimando la nostra stessa intelligenza dimenticandoci che ciò che si mette in mostra, quasi sempre, è frutto di una strategia edonistica che amputa il brutto per santificare il successo sociale. O che una cerchia di un certo tipo – lo dimostrano altre due recenti indagini – finirà col proporci sempre la stessa idea di mondo.