Fedele ai miei propositi di fare regali di Natale dall’impronta etica, ho cominciato da me stessa ed un paio di giorni fa ho ordinato dall’editrice Sonda la VegAgenda 2013, ed oggi eccola qui… Ho iniziato subito a sfogliarla, trovando numerosi spunti di riflessione di cui non mancherò di rendervi partecipi anche nei prossimi articoli.

IL PROCESSO INVISIBILE: COME GLI ANIMALI DIVENTANO CARNE

Forse ricorderete che  qualche giorno fa vi ho parlato dell’autrice Melanie Joy e del suo libro, sempre edito da Sonda, intitolato “Perché amiamo i cani, mangiamo i maiali e indossiamo le mucche?”… La stessa autrice ha inserito alcuni dei punti fondamentali del suo libro nella VegAgenda 2013, e subito il suo discorso di stampo antropologico nel saggio “Da amare o da mangiare?“  ha catturato il mio interesse. L’autrice parte da un semplice osservazione: è strano il modo in cui reagiamo all’idea di mangiare animali che, come i cani, consideriamo “non commestibili”; ma è ancora più strano il modo in cui non reagiamo all’idea di mangiare mucche o altri animali “commestibili”.

L’ANELLO MANCANTE: LA MANCANZA DI DISGUSTO

E’ quello che Melanie Joy chiama “anello mancante” nel nostro processo percettivo, ovvero il fatto che non riusciamo a fare il collegamento tra la carne e la sua origine animale: per quale ragione non siamo riluttanti a mangiare quel piccolo ridotto assortimento di animali che abbiamo ritenuto commestibili?

Secondo l’autrice, la nostra mancanza di disgusto all’idea di mangiare certi animali si deve in gran parte ad un’acquisizione culturale: i nostri schemi mentali vengono costruiti, non sono innati. Essi si sono sviluppati intorno ad un sistema di credenze altamente strutturato, che determina quali animali sono commestibili e ci permette di consumarli preservandoci a sentire un qualsiasi disagio emotivo o psicologico quando lo facciamo. Per dirla con le parole dell’autrice stessa, “il sistema ci insegna come non sentire. La sensazione più ovvia che perdiamo è il disgusto, tuttavia al di sotto di questo si trova sentimento molto più affine alla percezione di noi stessi. La nostra empatia“.

PERCHE’ INIBIAMO LA NOSTRA EMPATIA VERSO ALCUNI ANIMALI?

Ma perché arriviamo ad inibire la nostra empatia? Semplice, perché amiamo gli animali – del resto siamo consci di essere animali anche noi – e non vogliamo che soffrano, specialmente perché li mangiamo. Quindi i nostri valori e comportamenti sono incongruenti  e questa incongruenza ci provoca un certo grado di disagio morale.

Di conseguenza, secondo l’autrice, finché non daremo valore alla sofferenza degli animali non necessaria, non smetteremo di mangiare gli animali poiché avremmo una percezione distorta degli animali e della carne che mangiamo così da sentirci abbastanza a nostro agio per continuare a mangiarli.

L’INTORPIDIMENTO MENTALE

Si tratta di quello che l’autrice definisce “intorpidimento mentale”: un procedimento psicologico attraverso cui ci dissociamo, mentalmente ed emotivamente, dalla nostra esperienza. L’intorpidimento mentale è adattativo, o utile, quando ci aiuta a far fronte alla violenza. Ma diventa dannoso quando viene usato per permettere la violenza, anche se questa avviene lontano dai nostri occhi, come ad esempio negli stabilimenti in cui gli animali vengono uccisi e trasformati in carne. È in questo modo che la nostra empatia si trasforma in apatia.

COME USCIRE DALL’APATIA

Affinché questo processo di empatia verso gli animali che proviamo in modo innato possa essere bypassato dalla nostra mente, il requisito necessario è quello dell’invisibilità: l’elusione e il rifiuto della sofferenza animale per diventare la carne di cui ci cibiamo. L’invisibilità ci permette, quindi, di consumare carne di manzo senza raffigurarci l’animale che stiamo mangiando; oppure  ci protegge dallo spiacevole processo di allevare e uccidere gli animali per il nostro cibo.

Per uscire da questo sistema di decostruzione della realtà, bisogna dunque minare l’invisibilità di questo processo, che è stato tenuto nascosto fin dall’inizio per riuscire a vendere il prodotto “carne”,  che non ha né l’aspetto nella forma di un animale.

Nel mio caso – come sapete sono vegetariana -, l’uscita da questo stato di apatia (o, con parole mie, possiamo chiamarlo di ignoranza) è avvenuto proprio grazie all’informazione. Ecco perché è importante cominciare a scalfire la superficie, indagare se stessi, e cominciare a porre le basi per un cambiamento più etico nel modo che abbiamo di nutrirci, nel rispetto di noi stessi ma soprattutto degli animali.