A chi serve un manuale di sopravvivenza per un vegetariano o un vegano in vacanza? Già… più o meno a nessuno. Se siete onnivori forse vi stupirete nel sapere che il veg*- che nella testa di molti anziché occuparsi del costume o della ciabattina fashion da mettere in valigia deve invece preoccuparsi dei bisogni primari come il cibo – in realtà se la cava benissimo in ogni luogo. Posso sopravvivere nel posto in cui vado? Certo che sì. Si può essere veg più o meno in qualsiasi angolo remoto di mondo in cui ci vogliamo recare, dalle Maldive all’Afghanistan, nei viaggi avventura (scatolame? E che problema c’è? Tofu, seitan, legumi e verdure si prestano molto meglio della carne a questo tipo di viaggi) o nei resort di lusso.
Di fame, insomma, vi parrà anche bizzarro, ma noi vegetariani non muoriamo. Anzi.

Esiste una sola vacanza a rischio per i veg: quella con i parenti. E io, che amo il rischio, naturalmente non potevo farmela mancare. Destinazione Puglia, nella casa di mare di famiglia, dalla quale mancavo quasi da una decade.

IL SUD: IL PARADISO IDEALE DEL VEGETARIANO

Premettiamo una cosa: al Sud Italia, per un vegetariano o un vegano, c’è tutto quello che si trova al Nord, solo più buono, più vario, più fresco e più gustoso. La frutta è più saporita, la verdura più rigogliosa, moltissimi piatti tradizionali sono vegan (pensiamo alla focaccia barese, ai taralli, alla pizza murgiana o alle orecchiette con le cime di rapa, per citarne alcuni molto noti della Puglia). Ancor di più in quei paesi non troppo grandi – come quello d’origine di un ramo della mia famiglia – dove tutti hanno un pezzo di terra coltivato per le proprie necessità: qui le ciliegie o i fichi si staccano direttamente dalla pianta e finiscono in bocca senza pensieri, perché pesticidi e fertilizzanti non si usano. Insomma, il bio e i chilometri zero sono tradizioni che non si discutono, anche senza bollini e certificazioni. Saggezza contadina che ha il suo buon perché.

Con queste premesse, il Sud Italia è il paradiso ideale per ogni persona vegetariana. Cosa potrà mai andare storto?
Come per ogni cosa, esiste anche il rovescio della medaglia.

DA PARADISO A INFERNO: SPIEGARE IL VEGETARIANESIMO

Il vero problema di questi posti sono quei decenni di cultura che hanno radicato il concetto per cui la carne fosse in tempi difficili un alimento raro e prezioso, simbolo di benessere e opulenza, alla quale nessuno o quasi oggi vuole più rinunciare. Estirpare questo modo di pensare – specialmente nelle persone di una certa età – è veramente un’ardua impresa. Infatti, rifiutare la salsiccia di cavallo, il ragù sulle orecchiette o il pesce appena pescato al porto, equivale a recare offesa nei confronti di chi te lo offre. Anche se hai avvisato per tempo del tuo stile alimentare. Anche se fai di tutto per farti capire e non creare conflitto.

Premettiamo che mia madre, prima che io partissi, si prodigò al telefono con mia nonna, spiegandole ripetutamente – in un modo che fosse a lei comprensibile – che non mangio carne né pesce. “E allora cosa mangia?” (un classico). “Ma le piacevano una volta!” (inconcepibile no?). Dopo ripetute spiegazioni e istruzioni, mia madre – esasperata – l’ha buttata sulla salute. “Ma è malata?“.  In questo modo il mio rifiuto inspiegabile è passato temporaneamnete come accettabile. Tuttavia non ci è voluto molto, una volta là, per capire che non se l’era bevuta nessuno.

IL VEG E’ CAPRICCIOSO: TENTATIVI DI RICONVERSIONE

Naturalmente, il fatto che una persona possa coscientemente, volontariamente, senzientemente rifiutarsi di mangiare un cibo “prelibato” e “buono” non passa per la testa a nessuno. “E’ capriccio“. Così comincia il calvario. Di fronte a un piatto di siverchi (la pianta delle zucchine, ndr) e alla mia faccia soddisfatta che evidentemente era l’unica a tavola tra occhiate attonite, cominciano i tentativi di redenzione con la tecnica che si usa probabilmente con una bambina schizzinosa di due anni: “mangi la bistecca, la nonna!” (tradotto: “mangia la bistecca, te lo dice la nonna!“), con un pezzo di carne infilzata su una forchetta che mi sfreccia pericolosamente davanti alla bocca. Seguono tentativi di farmi annusare il piatto da vicino (come se la cosa mi potesse risultare gradevole), i prolungati “mmmmm” degli altri commensali dopo aver ingoiato il prelibato cadavere, ed – infine – le reazioni stizzite del tipo “ma non ti manca neanche un po’?“. No, ovviamente no. Ma il teatrino si ripeterà per un certo numero di volte.

IL VEG VA GUARITO: TECNICHE SUBDOLE DEL PARENTADO

Di fronte al fallimento della tecnica buonista, ecco che subentrano le tecniche subdole mirate a dimostrare che in realtà i vegetariani soffrano terribilmente di privazioni inutili e – pertanto – vadano rinsaviti anche contro la loro volontà per ritrovare la giusta via. E’ una crociata che fanno a fin di bene, naturalmente, lungi il fatto che lo facciano per nuocere.

Inizialmente si tratta di facce tristi e sguardi languidi alla forchetta con un moscardino infilzato sopra, e frasi sospirate del tipo “Ma io mi sento in colpa a mangiare queste cose davanti a te, è come se ti facessi un torto“. Inutile spiegare con una scrollatina di spalle che il torto non è nei miei confronti, ma semmai nei confronti del moscardino deceduto. Il fatto che non si tratti di una rinuncia e che io sia allegra e felice con i miei ceci nel piatto, lascia segni di sconforto evidente. Il moscardino naturalmente non gode di nessuna empatia, e state sicuri che non finirà buttato.

La fase successiva è quella dell’inganno. La peggiore. Dopo una giornata di felice verdureggiamento (troppo bello per essere vero…), ecco che salta fuori la lasagna della vicina di casa. “Te l’ho fatta con le verdure, perché so che tu quelle mangi: ci ho messo le zucchine e le melanzane“. Lasagne veg – ottimo. Finalmente qualcuno che accetta il mio modo di mangiare. Mi metto a tavola curiosa e riconoscente, le alzo un po’ con la forchetta per controllare che non ci siano cose strane, e sebbene non sembra esserci traccia di melanzane, infine assaggio. Il sapore del prosciutto cotto quasi mi manda lo stomaco sottosopra. Altro che melanzane… Purtroppo, quando non si mangia carne per molto tempo, certi sapori si sentono immediatamente e risultano più che mai orribili, anche se la cuoca aveva pensato di spezzettare le fette in modo così fino da non farle notare nella crema di zucchine. A parte la violenza in sé della cosa (avete presente la filosofia del  “basta non dirglielo che c’è“?), l’umore irrimediabilmente rovinato, la lasagna squartata con la forchetta in una reazione nervosa e al fatto di non essere più riuscita a non pensare al senso di repulsione per tutto il resto della giornata, resta l’amarezza dell’aver buttato inutilmente del cibo (odio sprecare cibo, sempre) che non sono riuscita a mangiare, che non volevo mangiare, e che tutti sapevano che non avrei mangiato.

IL FALLIMENTO DI CHI NON RIESCE A FARSI CAPIRE

Purtroppo, non so se qualcuno abbia capito, anche solo in parte, il mio punto di vista. Di certo nessuno mi ha più propinato carne a mia insaputa, ma la distanza di vedute resta abissale. La vacanza, trasformatasi in tragicommedia per pura mancanza di accettazione di un diverso schema alimentare, è comunque stata un banco di prova di quelli tosti. Le persone possono volere il tuo bene e farti comunque molto male. Irrazionalmente, si preferisce pensare che quelli strani, quelli da riportare sulla retta via, siano proprio quelli che non fanno male a nessuno. Neanche a un moscardino.

Insomma, in vacanza coi parenti si sopravvive. Ma, se potete, evitatevi questo calvario. Nessun manuale di sopravvivenza saprà mai prepararvi abbastanza.