Il mio primo ricordo da bambina risale a quando avevo poco più di due anni, quando i miei mi portarono in visita alle Grotte di Castellana, in Puglia. Il mio ricordo di allora era quello di trovarmi in una grossa tana di coniglio, con tante grosse carote rosa e rosse che scendevano dal soffitto. Fu in quell’occasione che coniai il mio primo neologismo: “caratotoni”.

Da allora non li ho più rivisti, i caratotoni, ma mi è sempre rimasto il fascino della speleologia: calarsi sottoterra e percorrere lunghe gallerie che una volta erano piene d’acqua è come immergersi per davvero e potersi muovere – respirando – in un mondo non solo sotterraneo e avulso dal presente, ma che racconta anche una storia, una storia antichissima e fantastica che non ha bisogno di parole. Qui trovate la natura in tutto il suo fascino primordiale.

Quest’estate, mentre mi trovavo in Puglia in vacanza, ho deciso di tornare alle Grotte di Castellana: praticamente dopo oltre 30 anni dal mio primo vero ricordo.

UN MONDO CHE NON CAMBIA

Le grotte non cambiano: il ritmo di avanzamento delle formazioni calcaree è quello del naturale ciclo geologico, tanto in che 30 anni, probabilmente, solo pochi centimetri di roccia e di conformazioni calcaree si sono aggiunte a quante ve n’erano l’ultima volta che ero stata lì. Però, nel frattempo, qualcosa è successo: con la scoperta della Grotta Bianca (la grotta che è stata definita “la più splendente del mondo”), gli itinerari sono diventati due. Uno “corto” da 1 chilometro (si percorre in un’ora circa), che era anche l’unico itinerario percorribile fino a poco tempo fa, e uno “lungo”, che copre circa 3km in sotterranea tra sbalzi e dislivelli, che si percorre in 2 ore abbondanti. E’ questo secondo itinerario che consente di giungere fino alla Grotta Bianca. E naturalmente è quello che ho voluto percorrere io.

Un’avvertenza per i neofiti della speleologia: i percorsi sotterranei, anche con le guide al seguito, sono infidi perché scivolosi. Bisogna avere calzature adeguate, considerare che si procede lentamente, ed avere un abbigliamento adeguato (la temperatura sottoterra è costante, tra i 18 e i 20°C, quindi se ci andate in inverno troverete che “fa caldo”, mentre se ci andate in estate troverete che “fa freddo”).  Ovviamente, accertatevi prima di non soffrire di claustrofobia: alcuni passaggi possono essere stretti e lunghi, dando la sensazione di “togliere il fiato”.

I PRODOTTI DEL CARSISMO

Il complesso speleologico delle Grotte di Castellana venne scoperto da Franco Anelli il 23 gennaio 1938: alcuni locali segnalarono allo studioso che si era aperto un cratere nel terreno, nei pressi della cittadina di Castellana, e che i contadini usavano per gettarci gli scarti dei lavori agricoli. Questo “buco” o cratere è quello che oggi chiamano “La Grave”, un enorme abisso che dà accesso al fantastico complesso carsico e al cui centro si erge il colossale gruppo stalagmitico dei Ciclopi. Basti pensare che misura 60 metri di profondità, 50 di larghezza e 100 di lunghezza (lo vedete nella foto qui sopra che ho scattato dal suo interno, all’inizio della mia discesa nelle grotte). Tutta la rete di gallerie che parte dalla Greve, infatti, si è formata grazie al carsismo: una volta pieni d’acqua che scorreva sotterraneamente – probabilmente fino al mare d’Otranto -, si sono poi prosciugati, lasciandoci uno spettacolare paesaggio da esplorare. Lungo le gallerie, infatti, è possibile ammirare una miriade di spettacolari concrezioni dalle forme sorprendenti: stalattiti, stalagmiti, cortine e colonne formano scenari che hanno poi ispirato i nomi delle grotte e dei lunghi corridoi che le uniscono.

LA DISCESA IN PARADISO

Le Grotte di Castellana sono per certi versi un Inferno dantesco rovesciato: più si scende e più ci si avvicina alla luce e allo scenario paradisiaco della Grotta Bianca. Appena al di là delle Colonne d’Ercole si entra nella Caverna Nera, così chiamata per via di un fungo che ne ricopre le pareti, o della Lupa, per una formazione che ricorda la lupa capitolina. Si passa poi alla più grande cavità chiusa, alta 40 metri, denominata Caverna dei Monumenti per via dei complessi stalagmitici che si innalzano dal suolo, simili a grandiosi gruppi statuari. Attraversato il Corridoio dell’Angelo si giunge alla Caverna della Civetta, e poi ancora alla Caverna del Precipizio.

Da qui parte poi il secondo percorso, quello che attraversa il lungo e stretto Corridoio del Deserto: si tratta di una profonda forra sotterranea dalle alte muraglie rocciose, che si estende per 450 metri seguendo una netta linea di frattura riconoscibile sulla volta. Qui, attraverso passaggi ricchi di singolari stalattiti eccentriche, si giunge al complesso stalagmitico denominato del Duomo di Milano, per via di quelle che sembrano guglie alte e slanciate, di colore chiarissimo, che ricordano quelle del celebre monumento milanese. Ma altre meraviglie attendono l’esploratore sotterraneo prima della Grotta Bianca: la Caverna della Colonna Rovesciata (nella quale si vede una enorme colonna inclinata), l’incantevole Laghetto di Cristalli, il Corridoio Rosso (così chiamato per via di pesanti cortine di alabastro arrossate dallo stillicidio di depositi ferrosi) e infine l’impressionante Caverna della Cupola, una vasta cavità caratterizzata dalla volta che si inarca a formare una cupola naturale.

E infine, uno stretto passaggio conduce alla Grotta Bianca, uno spettacolo unico al mondo: si tratta di uno scrigno di alabastro bianchissimo, costellata da formazioni simili a stelle e fiori. Una vista che vale sicuramente tutta la fatica di un percorso accidentato e scivoloso.

RICORDI CHE RIAFFIORANO SOTTOTERRA

Se amate l’avventura e i misteri della natura, la speleologia è sicuramente un modo per entrare direttamente nel grembo della Terra e cogliere una bellezza nascosta e fuori portata dal turismo di massa. Non solo: il viaggio sotterraneo è in realtà anche un viaggio dell’anima, nei propri luoghi segreti che si ha paura di esplorare, quelli più nascosti e quindi, forse, più veri.

Nel mio caso è stato un viaggio nella memoria che mi ha ricondotta lontano, e che mi ha riportata all’origine di tutto: in fondo, già a due anni, stavo esplorando grotte. Merito di mamma e papà, che mi hanno trasmesso sin da piccolissima il piacere (e non la paura) dell’esplorazione e della stuporosa meraviglia che solo la natura sa donare.