Meridionale, tra i 45 e i 64 anni, titolo di studio basso e reddito scarso. L’identikit del malato di diabete “tipo” stride con l’immaginario collettivo per il quale il paziente diabetico è tale, perché particolarmente benestante e rivela che la patologia ha un tasso di crescita altissimo, pari quasi al 4%. Questi i dati esposti in occasione della II Conferenza nazionale sul diabete organizzata a Roma lo scorso 6 novembre.

Le rilevazioni fornite dall’Istat parlano chiaro: nella fascia di popolazione tra 45 e 64 anni, si registra il 2,3% di diabetici tra i laureati e il 9,8% tra coloro che hanno solo la licenza elementare; tra gli over-65, tali percentuali salgono rispettivamente all’11,3% e al 19,2%. Il direttore Welfare del Censis, Ketty Vaccaro, evidenzia inoltre un dato preoccupante: a causa della crisi, “il 20% della popolazione ha ridotto l‘acquisto di farmaci e il 18,2% ha ridotto l’accesso a visite specialistiche e diagnostiche, ma quest’ultima percentuale sale al 39% tra le fasce con reddito più basso”.

Anche la concentrazione geografica lascia a pensare: nel Nord-est risiedono 450mila malati di diabete e nel Nord-ovest 650mila, nel Centro ne risiedono 600mila, nelle isole 350mila, mentre al Sud i malati ammontano a ben 900mila.

A fronte di tale quadro, sottolinea il presidente della Società italiana di diabetologia (Sid) Stefano Del Prato, ”emergono tre preoccupazioni principali: una di ordine politico poiché, visto che il governo è in scadenza, è necessario che la questione dell’emergenza-diabete rientri nell’agenda del prossimo esecutivo; la seconda è di tipo economico, è cioè urgente trovare sostegni per la fasce più povere che sono anche le più colpite dalla malattia; la terza è legata al federalismo regionale, visto che sono poche le regioni virtuose che hanno adottato dei piani anti-diabete”.

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