Ognuno di noi, probabilmente, ha un amico o un parente con cui andare fuori a cena è un’impresa, vista l’ampia gamma di piatti e alimenti che non sono di suo gradimento. Finora avevamo sempre pensato a questo amico come a uno schizzinoso inveterato, e invece potrebbe soffrire di un disturbo alimentare reale: l’Arfid, acronimo di “Avoidant restrictive food intake disorder”, ovvero “disturbo evitante restrittivo nell’assunzione del cibo”.

Si tratta di una malattia nuovissima, il cui nome è stato coniato nel 2013, e ancora poco conosciuta, nella quale chi è colpito mangia una gamma molto ristretta di cibi“, spiega Stefano Erzegovesi, responsabile del Centro disturbi del comportamento alimentare dell’Ospedale San Raffaele di Milano. La malattia può manifestarsi in ogni fascia di età, ma è più frequente nei bambini e negli adolescenti, e i fattori di rischio sono autismo, disturbi da deficit di attenzione e iperattività, nonché un clima familiare ansioso.

Nei bambini, l’Arfid si manifesta con una serie di comportamenti ben noti a molti genitori: i cibi che gradiscono sono pochi, quelli nuovi vengono respinti con disgusto, i pasti vengono consumati lentamente. Nella maggior parte dei casi si tratta di banalissimi capricci infantili, ma se a questi si associa la perdita di peso e difficoltà di crescita, allora è probabile che la diagnosi sia di Arfid.

Negli adolescenti, invece, l’Arfid si associa al rifiuto del cibo causato dalla paura di soffrire di indigestione, di soffocarsi con l’ingestione, oppure dalle caratteristiche sensoriali degli alimenti stessi, come l’odore, il sapore, la consistenza. Le dinamiche, dunque, sono diverse da quelle dell’anoressia, ma conducono allo stesso punto, ovvero a un forte rischio di denutrizione. Le carenze nutrizionali a cui sono soggetti bambini e adolescenti che soffrono di Arfid in genere non interessano la popolazione adulta. In questi casi, le conseguenze sono perlopiù di carattere sociale, visto che si finisce per rinunciare a feste, cene, aperitivi.

Il trattamento prevede la consulenza di uno psichiatra, uno psicologo e un nutrizionista, anche se al momento, vista la “giovinezza” di questo disturbo, non esistono ancora studi scientifici certi sugli esiti della terapia.