Alcuni giorni fa, commentando una vignetta su facebook che mostrava un vitello incatenato al chiuso che deduceva l’arrivo della primavera dallo sbucare di una margherita tra le crepe del pavimento, sono entrata in una delle solite estenuanti discussioni sull’etica del consumo della carne. Discussioni, in realtà, che con l’etica hanno poco a che fare, perché poi si finisce sempre per andare a battagliare sui numeri e sull’asetticità di studi sulla fame nel mondo, sui vantaggi e svantaggi ecologici in termini di risorse planetarie, come se alla fine fossero l’unica cosa che conta per averla vinta. Troppo spesso, insomma, ci si discosta dai sentimenti, dall’empatia che ogni essere umano – in quanto anch’esso animale – dovrebbe provare nei confronti di un altro animale, come se i sentimenti nostri o altrui non contassero più, nella logica dell’ideologia, risultando in una filosofia di vita che, a mio parere, non solo ci viene imposta ma risulta in comportamenti infelici e completamente dissociati dalla nostra natura.

Pertanto, non ho nessuna intenzione di rimettermi a snocciolare numeri, teorie sulla decrescita o altre speculazioni sui paradigmi di sviluppo già ben documentati, peraltro. Oggi lascio stare tutti gli argomenti logici e vado a colpire basso.

OGNI COSA E’ COMMESTIBILE, DA QUALCHE PARTE

Carogne e rifiuti di ogni genere possono essere mangiati senza che lo stomaco li rigetti,” scrive Francis Galton in “L’arte del Viaggio” in un capitolo dedicato al “Cibo rivoltante che può salvare la vita a gente che muore di fame.” “Di fatto – constata Galton – la vita può essere conservata anche con una dieta disgustosa.

Infatti, la letteratura di vaiggio, da quand’è nata a oggi, è piena di racconti che in molti trovano raccapriccianti su strani animali – e loro specifiche parti – che vengono abitualmente mangiate dai nativi. Si tratta di racconti che suscitano senso di disgusto e repulsione, insieme al pensiero più o meno condiviso che uno preferirebbe lasciarsi morire di fame che non mangiare “quella roba”.

IL DISGUSTO DEI CIBI ESOTICI

Gia, quella roba… Quella roba a cui si dà il nome di “cibi esotici” si traduce in prelibatezze ben note, come serpenti e tartarughe, civette, passeri, code di alligatore, lince rossa, topo muschiato, fegato di porcospino, scoiattolo, filetti di balena e delfino… Meno note sono specialità come la thailandese zuppa di lingua d’anatra, l’hakuri (squalo putrefatto), o il coreano dalk bal (zampe di pollo fritto), gli spagnoli criadillas (testicoli di toro), il cinese pene di tigre e le zampe d’orso… e via così con un lungo elenco di piatti in cui – per lo meno – l’animale mangiato si presume sia morto e abbia terminato le proprie sofferenze.

Ci sono poi le specialità in cui l’animale viene mangiato vivo, il che richiede non solo “stomaco” ma anche una buona dose di crudeltà mentale e sadismo. Un esempio ben documentato nella letteratura di viaggio è il saen nakji, tentacoli di polipo mangiati non solo crudi, ma tagliati direttamente dal polpo ancora vivo: “si taglia a pezzi un piccolo polpo vivo, poi ogni tentacolo viene staccato e, mentre ancora si dimena, viene mangiato crudo con una salsa speciale,” racconta Paul Theroux in un suo libro.

I BEVITORI DI SANGUE

Ci sono poi i bevitori di sangue: Marco Polo raccontava nel suo “Milione” di come i tartari, per affrontare le lunge traversate delle zone desertiche, usassero bucare una vena dei loro cavalli e berne il sangue per rifocillarsi alla fine della giornata. Paul Bowles, nel 1963, racconta nel suo libro di viaggio di un incontro fatto a Tangeri, in cui un uomo offre ai suoi ospiti delle ampolle di sangue umano, “estratto” periodicamente da alcuni ragazzi e conservato in frigorifero con etichette, simili a quelle delle annate del vino.

CIO’ CHE PIACE A NOI, DISGUSTA ALTRI

Ovviamente, ciò che disgusta noi non disgusta coloro che sono abituati a mangiare – e che apprezzano enormemente – questi piatti, e viceversa (a riprova che ciò che ci piace è il frutto di un’operazione culturale collettiva dettata dalla tradizione più che un’esperienza gustativa individuale). Pescando sempre dalla letteratura di viaggio (quella che permette più di altre di mettere a confronto culture diverse), sappiamo ad esempio che molte culture (a partire da quelle orientali) trovano rivoltante il latte e il formaggio: quasi tutti i cinesi sono intolleranti alle proteine del latte di mucca, ed è convinzione diffusa che i bianchi emanino essi stessi uno ‘strano’ odore di formaggio. Se avete mai pensato che un indiano emani odore di curry o di aglio, allora avrete la riprova che siamo ciò che mangiamo – solo, a noi non viene mai in mente che potremmo emanare odori sgradevoli che le persone di altre culture possano avvertire a nostra insaputa.

LA CARNE E’ SEMPRE CARNE…

E passiamo a un altro livello di disgusto: negli ultimi giorni ci hanno inondati di spot pubblicitari su “Hannibal”, prequel della famosa serie di film sul famoso serial killer che mangiava le proprie vittime. In alcune sequenze si può vedere il protagonista che cuoce un pezzo di carne in pentola con uno scenografico effetto flambé e poi seduto a tavola che se lo gusta. La prima volta che l’ho visto ho pensato: “E questo dovrebbe farmi più ribrezzo che se non fosse una bistecca di manzo?”

Mangiare i nostri simili (pratica nota con il nome di cannibalismo) fa ribrezzo solo ad alcuni umani: i racconti sono pieni di “tribù di cannibali” sparse qui e là per angoli remoti di mondo, in cui gli umani sconosciuti sono dipinti come prede di caccia né più né meno che altri tipi di animale. La faccenda ci sconvolge a tal punto (ovviamente mettersi nei panni della preda o della vittima non piace a nessuno) che in molti stati il cannibalismo è vietato per legge. Ma se c’è stato bisogno di vietarlo, significa che qualcuno ci ha provato o non l’ha trovato tanto strano…

LA PROVOCAZIONE DEL “DISTACCO EMOTIVO”

Insomma, la carne è carne e per mangiarla si passa inesorabilmente per l’atto dell’uccisione: questo sì, sarebbe da vietare. Sempre. Nelle culture del mondo si mangiano abitualmente gatti, cammelli, volpi, gufi, bachi da seta, rane, serpenti, lucertole, tassi… noi mangiamo mucche, maiali, polli, cavalli e diversi tipi di uccelli, scendendo al compromesso di riuscire a mangiarli in forme diverse da quelle dei cadaveri a cui appartengono, belli pronti e impacchettati al supermercato.

La realtà è che non sapremmo mai distinguere una bistecca di manzo da una bistecca di carne umana, se ci fosse servita al ristorante con qualche salsa. E, se dovessimo distaccarci emotivamente dal fattore emotivo che ci spinge a ripugnare l’idea di cibarci con carne della nostra stessa specie, potremmo tranquillamente dire che cibandoci dei nostri cadaveri e riciclando i prodotti di scarto risolveremmo moltissimi problemi in termini di sostenibilità ambientale, economia e risorse, a partire dal fatto che non avremmo quasi più bisogno di cimiteri, sino al fatto che – macellando esseri umani – il pianeta potrebbe probabilmente autosostenersi in un equilibrio meraviglioso.

Riuscite a capire dove voglio arrivare? Il punto lo trovate esattamente all’inizio di questo articolo: senza empatia, senza emozioni, senza pietà verso gli altri esseri viventi, senza avversione per la morte e l’atto violento dell’uccidere, nessuno, ma proprio nessuno, si può salvare. Senza rispetto per la vita, quale mondo ci resta?